Tyrion Lannister, la colpa di essere un Nano

18/05/2014

“Confesso di essere colpevole, ma di un crimine più mostruoso: sono colpevole di essere un Nano. E’ tutta la vita che sono sotto processo per questo”.
Con il monologo di Tyrion Lannister al processo che lo accusa di regicidio e in cui tutti gli hanno voltato le spalle si chiude grandiosamente la sesta puntata della quarta Stagione di Game of Thrones.
Tyrion Lannister è sempre stato uno dei personaggi più amati dai lettori delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco e lo è anche dal pubblico della serie televisiva tratta dai libri di Martin, anche perché a dargli il volto è lo straordinario Peter Dinklage. Ben si adatta un suo ritratto alla nostra galleria cine-letteraria dedicata ai freaks e ai diversi.
Tyrion Lannister è un nano ed è questa la sua condanna. Nella famiglia dei Lannister di Castel Granito nelle terre di Westeros, dove tutti sono bellissimi, la sua deformità assume la mostruosità di una colpa. La sua intelligenza altrettanto mostruosa e la sua sottile e cinica ironia lo hanno portato a salire in alto quando nel secondo libro (e nella seconda Stagione del Trono di Spade) ha ricoperto il ruolo di Primo Cavaliere. Astuzia e inganno sono le armi più usate nel gioco del trono, e Tyrion le usa abilmente per individuare e tenere a bada i nemici.
 Dice Tyrion nel primo dei libri al piccolo Bran Stark rimasto storpiato dalla caduta dalla torre, quando si accinge a preparargli un marchingegno che lo aiuta a sedere a cavallo “Ho sempre avuto simpatia per i deformi”. E la sua compassione lo rende diverso, a dispetto del suo stesso cinismo, dagli spietati Lannister. Compassione che lo muove a difendere la giovane Sansa Stark, con cui è poi costretto a legarsi in matrimonio, ma chi lo circonda sembra non comprenderlo, e la lascivia di cui si fregia lo spinge a chiedere il solo amore a cui può ambire, quello delle puttane.

All’ombra dei due bellissimi gemelli incestuosi, Jaime e la Regina Cersei, Tyrion possiede l’astuzia ma non la crudeltà dei Lannister – anche se, come si è ben presto visto, Jaime non è quello che sembra - ma l’ombra che più grava su di lui è quella del padre Lord Tywin, leader indiscusso della famiglia, autoritario e freddo stratega che non gli ha mai perdonato la colpa di essere mostro e dell’omicidio commesso venendo alla luce, quello della madre morta nel partorirlo. Tra questi spettri Tyrion si destreggia, tra ingegno ed ironico distacco, nel letto dei bordelli e nell’oro dei Lannister.
Dopo la battaglia delle Acque Nere (alla fine del secondo libro e della seconda stagione), ancor più mostrificato dalla mutilazione del naso (nella serie si limitano ad una cicatrice), Tyrion vede il principio della propria decadenza e rovina. L’ingombrante figura paterna lo sovrasta tarpandogli ogni slancio, il matrimonio obbligato lo avvilisce, l’accusa di aver assassinato il Re e nipote lo condanna.
A seguito di un evento che ci guardiamo bene dall’anticipare ai seguaci della serie TV che non hanno letto i libri, Tyrion vaga in una serie di disavventure che lo degradano, ma fino ad oggi Martin lo ha tenuto in vita, quasi fosse uno dei personaggi intoccabili, sempre che non ci prepari un altro dei suoi clamorosi colpi di scena. Ma il Tyrion dell’ultimo libro, di cui avevamo avvertito la mancanza per la decisione di Martin di suddividere la narrazione per aree geografiche anziché per ordine cronologico, si autocompiange troppo e un poco ci delude per la commiserazione continua che ha di sé. Ma gli ultimi libri sono, a giudizio unanime, più tediosi dei precedenti e gravidi di lungaggini e perfino i capitoli dedicati a Tyrion e al suo punto di vista risultano ripetitivi e meno brillanti.
Parte della sua ironia è dovuta infatti non solo alla pagina scritta ma all’interpretazione di Peter Dinklage che ne ha fatto un personaggio memorabile, certo centrale di una delle serie televisive di maggior successo.

Gabriella Aguzzi