"Ci sono due matti in un manicomio..."

22/07/2008

Comincia così l’albo “Killing Joke”, dedicato al personaggio alter-ego del Joker. Geniale e deprimente, tutta la saga curata da Alan Moore disegna una brusca virata rispetto al passato. Da banale eroe alla Superman e Wonder Woman, Batman si trasforma in un lugubre psicotico vittima di un tremendo trauma infantile, che di giorno è l’insignificante Bruce Waine, perfetto signor Nessuno rintanato nella sua triste solitudine e di notte è un orrendo topo volante con mantello nero e tutto il resto, dedito sì a sconfiggere il crimine ma sempre in bilico tra il bene e il male. Alfred, il maggiordomo, suo unico amico e destinatario della segreta duplicità, nel fumetto rivisitato prima da Miller e poi da Moore deve relazionarsi ad un uomo ambiguo, silenzioso, sinistro, spesso preda di quella stessa follia che pervade i suoi nemici. Non ci vuole molto per considerare quanto diverso sia, questo semi-eroe di fine millennio da tutti i suoi più solari colleghi. Mentre gli altri hanno amici, ammirazione, addirittura popolarità in un’America tutta scintillante di ripresa economica e ideologica, Batman vive una vita sotterranea e tenebrosa, e il suo mondo non è l’America, ma una gotica città pregna di malattia, di deliri, di follia. Immense statue fra grattacieli sconfinati, pioggia continua e notte. E nella simbolica Gotham City si aggira un uomo trasfigurato dal trauma, reso tale dall’assassinio del padre e della madre, non dallo sfrenato desiderio di giustizia. Ciò che Batman compie per il bene è in realtà l’unico modo che egli conosce per sopravvivere.
L’incontro fra l’uomo pipistrello e il Joker si conclude con una risata com’era ovvio, ma non prima di un piccolo scambio di opinioni. “Vedi – grida il Joker – tutto quello in cui credi, tutti i tuoi valori, i tuoi affetti... sono solo un’enorme, terrificante GAG! Capisci? Perché non vuoi vedere il lato comico? Perché non ridi?” “Conosco già questa storia – risponde Batman – e non mi ha mai fatto ridere”. Anche se poi, alla fine, l’auto della polizia trova i due quasi abbracciati in un tragico ghigno isterico, e senza cognizione di causa sarebbe stato difficile capire chi dei due fosse il malvagio.
Alcuni anni dopo, in piena crisi del fumetto e con gli eroi tradizionali che morivano di stenti, Tim Burton eredita il personaggio milleriano e realizza due film straordinari, censurati dagli psicologi e criticati dai perbenisti perché troppo “darkeggianti”. Eppure era quello il vero Batman, spogliato delle sue caratteristiche positive per prediligere le connotazioni psico-patologiche dei suoi antagonisti. Il Joker, Mr Pinguin, soprattutto Cat Woman, sono solo altre facce del medesimo problema: un universo spietatamente egoistico, Nietzscheiano, senza vie d’uscita e senza alternative alla disperata solitudine. Tutte le istituzioni, la legge, le forze dell’ordine sono supplicanti ai piedi di un povero pazzo vestito da fenomeno vivente, unico in grado di sconfiggere un male di cui è egli stesso parte. E la deformità shakespeariana di Due Facce, di Mr. Freeze, di Poison Ivy ad altro non servono che a far risaltare quella interiore del loro nemico.

Carlo Baroni