L'elefante che è in noi

16/05/2008

Nell’Inghilterra vittoriana, un uomo di nome John Merrick, sofferente di una orrenda forma di neurofibrosi che gli aveva colpito il corpo e, soprattutto, il cranio fu salvato dallo sfruttamento come fenomeno da baraccone da un medico, Sir Frederick Treves, che gli dedicò attenzione umana oltre che medica (ma, bisogna dirlo, maggiormente la seconda), anche se non poté impedirgli di morire anzitempo, né tantomeno  curarlo.
Dalle sue memorie David Lynch realizzò, nel 1980, uno dei film più belli e terribili mai visti, “The Elephant Man”, dal soprannome che era stato dato al povero Merrick, Uomo-Elefante.
 Le ragioni per amare questo film sono tante: estetiche (la bellissima fotografia in bianco e nero di Freddie Francis, la recitazione, alcune sequenze da antologia come quella della fuga dal circo effettuata con l’aiuto di nani ed altri esseri deformi), metacinematografiche (i rimandi all’espressionismo e ad un altro terrificante film sui mostri di natura, il “realistico” “Freaks” di Todd Browning), emozionali (impossibile non piangere o inorridirsi di fronte al patetico destino di John Merrick), intellettuali (il cinema è voyeurismo che mette alla berlina la crudeltà insita nel voyeurismo), psicologiche (l’effetto dirompente della diversità fisica non solo in chi la soffre, ma anche in chi la testimonia, con le diverse reazioni possibili:curiosità, orrore, commiserazione, vampirismo).
Tuttavia, uno degli aspetti più originali della pellicola è il “significato” di questa elefantiasi: non lato oscuro di ognuno di noi, come la deformità nel già citato “Freaks”, ma specchio del nostro inconscio, non necessariamente inquietante, ma semplicemente “diverso” dal nostro conscio e dal nostro involucro esteriore. E’ come se l’Uomo-Elefante vivesse “rivoltato all’esterno”, con la parte più strana e sensibile dell’essere umano a contatto col mondo; i veri mostri sono gli altri, e non per demagogia: superato il primo impatto con la vista dell’essere informe, lo spettatore a poco a poco si abitua e finisce col trovarlo meno “brutto”, per esempio, del suo viscido aguzzino.
Se in “Freaks” – e nel comune modo d’intendere gli Uomini-Elefante – la diversità fisica è un castigo per i malvagi (la scena in cui i mostri strisciano nel fango per fare giustizia dei due artisti circensi che li avevano sbeffeggiati è una delle più impressionanti che siano mai state girate), qui è solo il veicolo per un’ingiusta umiliazione, come potrebbe esserlo una diversità psichica o sessuale. Non c’è nulla di crudele o violento in questo film anti-horror se non il modo in cui John Merrick viene trattato dagli altri, “buoni” compresi. E la coscienza che è una storia ve

Elena Aguzzi