J. M. Barrie, il bambino che non voleva crescere

16/05/2008

“Non c’è seconda occasione, non c’è per la maggior parte di noi. Quando arriviamo alla finestra è Ora di Chiusura. Le sbarre di ferro sono lì a vita” (J.M. Barrie)

C’è una statua scolpita da George Frampton a Kensington Gardens. Raffigura Peter Pan che suona il flauto, mentre le creature magiche dei Giardini lo stanno ad ascoltare. Perché quei luoghi appartengono alle fate, agli uccelli e ai bambini. James Matthew Barrie li percorreva la mattina coi figli della donna di cui era innamorato, e che adottò dopo la morte di lei, e intanto inventava la favola di Peter Pan, volato via dalla finestra perché non voleva crescere, ma rimasto per sempre un Tra-il-Qui-e-il-Là, né bambino né uccello. Il riflesso di quella stortura che era il suo stesso autore, adulto nostalgico ed immaturo cui era rimasta la visione di un bambino. “Il terrore della mia infanzia era la consapevolezza che sarebbe venuto un tempo in cui anch’io avrei dovuto rinunciare ai giochi e non sapevo come avrei fatto – scriveva – Sento che devo continuare a giocare in segreto”.

Così Peter Pan vola via, a vivere tra le fate, seguendo il desiderio di Barrie, ma gli rimane il rimpianto della casa alla quale non potrà più fare ritorno. Accade così anche a Wendy e ai fratellini, quando lo raggiungono nell’Isola-Che-Non-C’è: a un certo momento decidono di tornare a casa, ma una volta abbandonata l’Isola non è più possibile ritrovarne la strada, né la capacità d’intraprendere il magico volo. “Nel momento in cui dubitate di poter volare, perdete per sempre la facoltà di farlo.”

Non sempre è stata afferrata la poesia impalpabile di queste due favole lievi: “Peter Pan nei Giardini di Kensington”, più un abbozzo che un breve romanzo, meravigliosamente illustrato dal neogotico Arthur Rackham, e il più avventuroso “Peter Pan e Wendy” scritto prima in forma di commedia. Se ne è colto di più l’aspetto superficiale, le lotte contro Capitan Uncino, e nemmeno il film di Walt Disney è rimasto immune da questa distrazione. Per tacere, poi, di quell’obbrobrio all’americana girato da Spielberg.

Si tralascia, o si rischia di dimenticare, quel toccante finale in cui Peter Pan, distratto da nuovi amici e avventure, torna da Wendy solo molti anni dopo, e la trova cresciuta, sposata, dimentica della promessa di restare bambina per sempre. Quanti, davanti a quello stesso bivio, hanno cessato di pensare a cose straordinarie e scelto di rientrare nel mondo e diventare normali! E’ per questo che le fate muoiono: perché nessuno crede più in loro.

Gabriella Aguzzi