Prima che sia notte

16/05/2008

“Sono un apolide, cioè non appartengo a nessun luogo, sono omosessuale e anticastrista: peggio di così...”

Così dice Reinaldo Arenas, scrittore ed esule cubano, in un’intervista televisiva americana. Tre anni dopo la morte di Arenas, il pittore Julian Schnabel vede quest’intervista, mandata in onda per la pubblicazione postuma dell’autobiografia “Prima che sia notte” (in Italia esce per Guanda, ed è il solo libro di Arenas finora pubblicato), e decide di fare un film su di lui. Prima realizza un’altra “urgenza”, un altro film biografico, questo sull’amico e collega Jean-Michel Basquiat: il film viene distribuito da una casa importante e Schnabel può rientrare nelle spese ed autofinanziarsi anche la seconda pellicola, “Before night falls”. E’ un film che ha delle visioni splendide e si avvale di un’interpretazione maiuscola da parte di Javier Bardem (non è la prima volta che l’attore spagnolo interpreta in modo più che convincente il ruolo di un gay – si pensi al recente “Segunda Piel” - , ma qui diventa letteralmente Arenas, facendone rivivere le timidezze, i tormenti, i desideri, i dolori, le speranze e le paure), ma ha il limite di essere eccessivamente legato al rispetto della vita e dell’opera di Arenas. Del resto, lo scopo è tutto qui:  rendere giustizia ad un uomo emarginato e ad uno scrittore ampiamente pubblicato e apprezzato, ma anche mal conosciuto e presto dimenticato.

Reinaldo Arenas nasce a Cuba nel ’43, nella zona di Holguin. Cresce da contadino, senza un padre e circondato da donne. Giovanissimo, scopre la propria omosessualità e, ancora adolescente, fugge da casa per unirsi ai ribelli.. Ma una volta che la rivoluzione è fatta, è pronta dietro l’angolo la disillusione. Il regime di Castro è nemico dell’omosessualità così come della bellezza e del libero pensiero espressi nell’arte ( i cinefili a questo proposito possono vedere il film “Fragola e cioccolato”). Arenas è doppiamente perseguitato: come gay e come scrittore. Se il suo primo libro, “Celestino antes del alba”, vince persino un premio letterario, già il secondo, “El mundo alucinante”, viene censurato e, per vederlo pubblicato, Arenas è costretto ad esportarlo clandestinamente e a farlo pubblicare in Francia. Scriverà altri 7 romanzi e una decina di volumi tra racconti e poesie: tutti pubblicati fuori dal suo Paese. Ma per arrestarlo il governo dovrà basarsi su una falsa accusa di pederastia: nel  ’73  viene messo in galera non come dissidente, ma con l’etichetta infamante di stupratore (oltre che di assassino e agente CIA!), insieme a criminali comuni.  In carcere sopravvive scrivendo lettere per gli altri detenuti, e compone la sua autobiografia (che verrà portata fuori dalle mura in modo quanto meno ingegnoso: dentro il sedere di un altro prigioniero gay). Due anni dopo Arenas è liberato, ma non può vivere da uomo libero, e sogna di fuggire da Cuba. L’occasione buona è offerta proprio da  Castro che, nell’ 80, comprende che “chi non è un buon rivoluzionario non può giovare alla rivoluzione” ed espelle in questo modo 250.000 cubani tra criminali, malati di mente e omosessuali. Tra questi c’è anche Arenas, che va a vivere a New York. Ma anche qui non è il paradiso, ed è forte la delusione. Sebbene sia un uomo libero di pubblicare ciò che vuole, Arenas vive in povertà, emarginato, sradicato, guardato con sospetto. L’America degli anni ’80 tollera male i gay, i quali, soprattutto, non sono tollerati affatto dalla Sindrome da Immunodeficienza Acquisita che esplode in quel periodo. Nel ’90 Reinaldo Arenas  muore di AIDS – con un piccolo, caritatevole aiuto da parte dell’amico Lazaro Gomez Carriles, compagno dei suoi ultimi 15 anni  e co-sceneggiatore del film.

Così in Arenas la diversità sessuale si è fusa mirabilmente – come molto spesso accade – nel suo essere diverso in quanto artista. Ma questa volta, in particolare, tale fusione si è scontrata con una realtà che ne ha negato ogni legittimità. Per questo tutta l’opera di Arenas, e non solo il libro più apertamente autobiografico, è la disperata espressione del suo sentirsi perennemente un escluso: se ora tale opera verrà pubblicata anche in Italia, dovremo ringraziare Julian Schnabel.

Elena Aguzzi