Quel secondo amore così lontano dal paradiso

16/05/2008

Ci occuperemo, questa volta, non di un vero e proprio remake ma del forte filo che lega tra loro tre pellicole diverse per epoca e provenienza, e quindi per umore dei loro creatori, ma tutte sensibili al tema del secondo amore. “Secondo amore”: proprio questo il titolo del film di Douglas Sirk, l’autore del melodramma per eccellenza, che del melodramma rispetta tutte le regole e perfino i luoghi comuni. Ricca vedovella (Jane Wyman) s’innamora dell’aitante giardiniere (Rock Hudson) di lei assai più giovane, inutile dire che i figli la contrastano, che la società non capisce, che lui viene additato come un cacciatore di dote e lei come esposta allo scandalo, che le impongono una separazione. La vedova sacrifica il suo sogno ma scopre che il sacrificio era inutile, che l’amore era stato scambiato per capriccio. Ma amor vincit omnia e tragiche circostanze riuniscono i due amanti (cfr. articolo a lato).

Il soggetto colpisce nel …. un altro amante del melodramma, Rainer Werner Fassbinder, che lo riprende e lo spoglia di tutti i suoi orpelli splendenti, non solo della ricchezza ma anche dei suoi colori accesi, per immergerlo in quelli lividi e nella freddezza di una Germania povera e arrabbiata, martoriata dal razzismo. L’anima di Fassbinder è duplice, da una parte la propensione verso le passioni disperate e fatali, per i sentimenti sopra le righe, dall’altra la scelta di uno stile scarno ed efficace (cfr. “Quarto Potere” n. 5 anno 3). Con “La paura mangia l’anima” non solo rinuncia ai divi, ma sceglie volti comuni, brutti, ambienti poveri. E la seconda occasione di vivere tardivamente una storia d’amore è osteggiata non solo dall’età degli innamorati (qui due malinconici derelitti), ma dall’odio di razza (il protagonista è un immigrato nordafricano) e tutta la vicenda è raccontata con un realismo che al film di Sirk, proteso invece verso i sogni di Hollywood, decisamente mancava.

Capitolo terzo: “Lontano dal Paradiso” di Todd Haynes, 2002, un connubio più che felice, addirittura miracoloso, dei due precedenti modelli. “Lontano dal Paradiso”  eredita lo splendore mozzafiato dei colori di Sirk, l’ambiente Anni 50 ricreato nei dettagli, negli abiti e nello stile con l’omaggio di un’imitazione perfetta ad un’epoca d’oro del Cinema, e riprende il discorso antirazzista di Fassbinder, rincarandolo (il primo amore è un omosessuale, il secondo amore un uomo di colore, i favolosi Anni 50 non possono che essere feroci contro la protagonista marchiata da tanta diversità) ed anche l’amarezza, un’impossibilità ad essere felici che sa più di desolato che di melodramma. Il Paradiso di Sirk, dell’amore, di una società sorridente e serena non è mai stato così lontano. Se da una parte Haynes è talmente perfetto da dar l’impressione di cimentarsi in un gioco di stile (e ci regala la più bella interpretazione di Julianne Moore) dall’altra il film palpita di un sentimento, di una commozione segreta che solo i racconti in stato di grazia di amori appena sfiorati e mai capiti sanno creare. Un “breve incontro” che termina in una stazione (un altro omaggio, forse?), con un saluto silenzioso a tutto ciò che non ha potuto essere. Se la prima e la seconda sono buone, la terza è stupenda.

Gabriella Aguzzi