I am a legend

03/05/2008

Buona la prima? O forse dovremmo chiedere "Buona la quarta?" poiché il film di Francis Lawrence "Io sono leggenda", interpretato a un Will Smith tanto atletico quanto drammaticamente intenso, è ben la quarta versione cinematografica del romanzo di Richard Matheson che narra dell'ultimo uomo rimasto sulla Terra in seguito ad un virus che ha distrutto l'umanità. Soggetto quanto mai affascinante che scatena altrettanto affascinanti suggestioni visive. Ed è quanto mai affascinante pur nella sua totale povertà di mezzi il primo film tratto da questo soggetto, che risale al 1964: "L'ultimo uomo della terra" di Ubaldo Ragona. L'ambientazione è un onirico paesaggio romano tra i palazzi dell'EUR, assediato da creature affamate, ciò che resta della razza umana malata e poi morta e rinata sotto forma di un ibrido tra zombi e vampiro. A interpretarlo è uno straordinario Vincent Price, triste e desolato guardiano di un immenso cimitero planetario, al tramonto di una specie, che vive barricato la notte e di giorno vaga sotto un solo impietoso a bordo di un carro funebre bruciando cadaveri. Quando scoprirà altri sopravvissuti e, sapendosi immune dal virus, troverà il modo di salvarli con il proprio sangue, essi lo uccideranno ai piedi di un altare credendolo responsabile della tragedia. Ingenuissimo sotto il profilo scientifico (si sorvola sulla diffusione del virus e lo scienziato è ne è immune forse grazie al morso di un pipistrello), girato in assoluta economia, il film di Ragona è straziante e suggestivo e può essere considerato un apripista dei capolavori di George Romero sugli zombi.

Lo stesso viene ripreso con maggiori mezzi nel 71 da Boris Sagal con "1975: occhi bianchi sul pianeta terra" dove l'unico sopravvissuto di un' Umanità distrutta (qui da una guerra batteriologica anziché da un oscuro contagio) diventa un aitante e superarmato Charlton Heston che dialoga cinicamente con se stesso e altrettanto cinicamente inforca magnifiche auto abbandonate e svaligia magazzini d'abiti deserti, rifugiandosi, solitario spettatore, in un cinema semidistrutto per autoproiettarsi all'infinito lo stesso film. Lo assediano non più rudimentali e goffi zombi (o vampiri, come sono ingenuamente chiamati nel film con Vincent Price) ma una setta di fanatici ciechi ed allergici alla luce che si aggirano incappucciati in costumi da "notte delle streghe" vaneggiando di voler distruggere tutti i resti del Capitalismo tecnologico che fu causa della fine del mondo e che li ha ridotti ad oscuri semi-mostri. L'esistenza di altri sopravvissuti, che nell'originale si rivela come la scoperta finale, qui diventa il fulcro della storia che prende così il ritmo dell'avventura incentrandosi sulla lotta tra le creature rimaste contro i medievaleggianti non morti (che sarebbero, si spiega poi, quelli non annientati ma giunti al terzo stadio del male) e sulla ricerca di un antidoto per salvare e ricreare la razza umana. Inutile dire che il senso di solitudine, di mistero, di angoscia, di sconsolata tragicità, di fine ineluttabile di un mondo ora popolato solo da mostruose carcasse che impermeava il pur grezzo film di Ubaldo Ragona, nel remake va totalmente perduto. Segue nel 2002, mescolandovi altri spunti fantascientifici e letterari, il truculento "28 Giorni dopo", di Danny Boyle, malinconico e apocalittico ritratto di una specie alla deriva, i cui ultimi superstiti molto sembrano avere dell'atteggiamento disperato di Price. Suggestive le immagini di una Londra deserta, poetico il viaggio senza futuro verso il rogo di Manchester. Violento e digitalizzato, stempera la tensione in momenti d'alleggerimento per poi accelerare nuovamente nell'azione. Peccato per il finale, non all'altezza di un film comunque ispirato.

E siamo a "Io sono leggenda" che di tutte le versioni più si avvicina a "1975: Occhi bianchi sul pianeta terra" alla cui sceneggiatura si rifà direttamente, almeno nella prima parte. Il 1975 è diventato il 2012 e al misterioso diffondersi dell'epidemia si dà una motivazione scientifica fin dall'inizio (una cura sbagliata che ha sterminato il 90 per cento dell'umanità lasciando i superstiti come prede per mostri affamati). Anche qui l'ultimo uomo sulla terra si aggira armato per un'apocalittica New York deserta tranne che per le orrende creature della notte (non più zombi maldestri come nel film di Ragona e nemmeno setta fanatica come in quello di Sagal, ma belve feroci e fameliche possedute da una rabbia furiosa), armato ed agguerrito, ma la sua angosciata solitudine che rasenta la follia lo accosta maggiormente al Vincent Price del primo film. Del film con Price "Io sono leggenda" riprende anche lo straziante episodio del cane, rendendolo il fulcro della storia. Là il protagonista trovava una compagnia in un cagnolino, come lui sopravvissuto, per poi scoprirlo infetto e le sequenze della sepoltura erano di una desolazione straziante. Qui Will Smith ha un cane come unico compagno, il solo interlocutore a cui comunicare ogni pensiero e a cui indirizzare il suo infinito soliloquio, con cui barricarsi nell'immensa casa percorsa dalla musica di Bob Marley, a cui rivolgere affetto e protezione. E dopo la morte dell'animale la sua mente si perde. Commovente, toccante, grazie anche alle altissime vette di drammaticità raggiunte da Smith, suggestivo e visionario nelle splendide scenografie, il film zoppica solo un po' quando si fa predicatorio (tutto il monologo su Bob Marley ad esempio è di troppo e già era sufficientemente omaggiato come colonna sonora e quale simbolo di un passato artistico perduto). Dotato di alcune sequenze di puro horror, il film si differenzia dai precedenti anche nel finale in cui il protagonista, anziché venire ucciso, s'immola in un sacrificio eroico. Violento ed angosciante il senso di solitudine nelle cacce forsennate attraverso il deserto di New York, nella furia che spinge il protagonista a scagliarsi sconvolto contro i mostri, una volta morto il suo solo amico, e nel ripetersi ossessivo di un richiamo davanti ai ponti crollati, in un'attesa dalla speranza sempre più esile eppure ostinata "Sono Robert Neville... se c'è qualcuno là fuori... vi prego, non siete soli..."

Gabriella Aguzzi