I "12" giurati di Michalkov

02/07/2008

L’originalità di “La Parola ai Giurati” (Twelve angry men), folgorante film d’esordio di Sidney Lumet del 1957, fu quella di costruire un “giallo a ritroso” interamente chiuso in una stanza. Già avvenuti delitto, indagine e processo, ci troviamo davanti i 12 giurati riuniti per il verdetto. Un caso lampante, da sbrigare rapidamente, magari in tempo per la partita di baseball. Ma uno dei 12 (Henry Fonda) insinua l’esistenza di un “ragionevole dubbio”. Invita a parlarne prima di liquidare il caso con un verdetto spiccio. E il dubbio intacca ad uno ad uno, con un procedimento differente i 12 giurati. Il film è tutto qui, secco, conciso, claustrofobico, filmato in un abbacinante bianco e nero (le camicie dei giurati che spiccano nitide sul buio crescente dell’aula), senza preamboli, senza spiegazioni, e la sua forza risiedeva tutta nel suo essere scarno. Personaggi abbozzati eppure precisi, che in poche battute rivelano il loro background. E’ il dubbio il protagonista, che aumenta insieme al sudore nella stanza, mentre la diffidenza lascia il campo al conflitto diretto. Una vera pietra miliare nel campo del thriller giudiziario.

Dopo un primo remake del ’97 ad opera di William Friedkin, con Jack Lemmon e George C.Scott, aggiornato agli anni 90 con giuria multietnica e giudice donna, ecco ora arrivare sugli schermi la versione di Nikita Michalkov (che figura anche come interprete), Leone Speciale a Venezia, semplicemente intitolata “12”. Se in apparenza la trama risulta in diversi punti ricalcata (il giurato razzista, quello agguerrito perché vede riflessa la sua storia personale, la minuziosa ricostruzione della testimonianza), le differenze sono sostanziali. Innanzi tutto là dove il film di Lumet lasciava tutto in sospeso, col semplice crollo delle certezze, qui si giunge ad una soluzione, una seconda realtà portata a galla dall’indagine dei giurati secondo la quale l’imputato risulta capro espiatorio di un complotto. Quindi il ritmo dilatato, con brevi flash back dedicati al ragazzo ceceno e una struttura studiata affinché ogni personaggio abbia il suo monologo all’interno della palestra scolastica adibita a luogo in cui discutere il verdetto, come se un riflettore si puntasse a turno su ognuno di loro.  Da ognuna di queste storie personali che i 12 giurati si raccontano e che fanno del film di Michalkov una storia tipicamente e intrinsecamente russa, affiora la consapevolezza dell’innocenza dell’imputato, nata non tanto da una dimostrazione formale quanto da una maturazione interiore. Ad uno ad uno i giurati, differenti tra loro per provenienza ed estrazione sociale, si levano la maschera e si rivelano in un mosaico composto da 12 racconti russi.
Momenti ilari e tragici si alternano allo stesso ritmo del montaggio che contrappone la staticità dell’ambientazione alla rapidità della ricostruzione, rilassandosi poi nello spazio dei monologhi. Così il dramma di Reginald Rose che è alla base del film di Lumet e che Michalkov aveva già portato a teatro a Mosca, viene adattato all’odierna realtà russa, ma ne esce più prolisso, spiegato e retorico del suo modello americano.

Gabriella Aguzzi