Ultimatum alla terra

22/12/2008

C'è un sottogenere del cinema di fantascienza: il cinema di fantascienza di serie B degli anni '50: appartengono a questa categoria piccoli e ingenui capolavori dietro ai quali serpeggia il terrore della guerra fredda e del comunismo, e, a livello più profondo, delle mutazioni (ingigantimenti, rimpicciolimenti, trasformazioni assortite) che rivelano non solo la semplice e pura paura del progresso scientifico incontrollato, ma anche della scoperta dell'inconscio con le sue pulsioni “mostruose”. Tra questi non si possono  non citare L'invasione degli ultracorpi, Assalto alla terra, Radiazioni BX distruzione uomo, L'esperimento del dottor K, Gli invasori spaziali, Il pianeta proibito e Ultimatum alla terra.
L'ultimo (titolo originale il suggestivo The Day the Earth Stood Still) diretto nel 1951 dall'eclettico Robert Wise (West Side Story, Gli invasati, La iena, Lassù qualcuno mi ama, Tutti insieme appassionatamente, Stasera ho vinto anch'io, Perfido inganno, per citare solo alcuni film), era oggetto di culto tra gli appassionati del genere, ma ben poco noto al grande pubblico, finché non ne è stato realizzato un remake, attualmente sui nostri schermi, con l'interpretazione di Keanu Reeves (anche produttore e sceneggiatore) e Jennifer Connelly.
La trama di base è rimasta invariata: un disco volante atterra negli Stati Uniti (Washington nell'originale, New York nel remake, ed è inutile spiegarne la simbologia). Dapprima le forze militari e gli scienziati si trovano ad affrontare un robot micidiale, ma sulla navicella spaziale viaggia anche un alieno, d'aspetto umano piacente e di grande intelligenza oltre che di buone maniere, che diventa amico di un bambino e della di lui madre, anche loro ottime persone. Naturalmente i potenti della terra, che in questi film sono sempre dei fessi, cercano di distruggerlo credendolo un nemico, ma lui è qui per portare un messaggio.
E nel messaggio sta la prima differenza fondamentale tra le due pellicole. Il primo è, più o meno, pacifista. L'avvertimento di Klaatu, infatti è: se continuate a far guerre e ad usare le armi atomiche finirete col distruggere l'universo, e noi questo non lo permettiamo: o scegliete la via della pace, o vi uccideremo noi. Nel secondo si è scelto un tema meno ambiguo e più vicino alla sensibilità attuale: o smettete di distruggere il vostro pianeta e, conseguentemente, l'universo col vostro comportamento antiecologico o ci pensiamo noi a farvi smettere.

Una scelta diversa e importante, dunque, ma che non influisce comunque sul valore intrinseco del film. La seconda differenza invece sì, e a discapito del rifacimento.
 Come era prevedibile, infatti, lo si è voluto riproporre non solo per attualizzarlo nei contenuti, ma anche per renderlo più di gusto al pubblico del 2000, utilizzando quelle possibilità tecniche che negli anni '50 mancavano. Ma il fascino di Ultimatum alla terra stava proprio nella sua sobrietà, che lo rendeva addirittura credibile. Non solo non esistevano gli effetti speciali, ma il regista aveva scelto di usare quei pochi disponibili con parsimonia, puntando più sulla vicenda “umana”, con tanto di colpo di scena finale sulla relazione tra Klaatu e il robot (non è il primo a dominare il secondo, ma anzi questo ha potere di vita e morte sul primo: e per Dio non c'è spazio, anche se la censura ha voluto si inserisse una battuta per indorare la pillola).
Il remake invece non solo usa gli effetti speciali, ma ne abusa, con un'abbondanza di esplosioni banali e fuori luogo: il mondo non si ferma, semplicemente, ma sembra già assaporare la catastrofe ventilata dagli extraterrestri. Un'opzione che banalizza il tutto e rende il film simile a tanti altri, quando era stata offerta l'opportunità di andare un po' controcorrente. Non per nulla, la variante meglio riuscita riguarda il rapporto tra il figlio e la madre, qui solo matrigna, legati tra loro dal ricordo del padre/marito defunto: se Klaatu si affeziona ai terrestri è poiché capisce perché noi umani piangiamo.
Pur con le loro rozzezze, teniamoci dunque stretti quei vecchi film, perché il loro fascino è incomparabile.

Elena Aguzzi