Il partigiano Johnny non abita piu quž

16/05/2007

Ci sono dei libri che sono infilmabili. “La ricerca del tempo perduto”, per esempio. “La montagna incantata”, “Moby Dick”, “L’uomo senza qualità”, “Ulisse”. “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio è uno di questi. Una prosa quasi impossibile contraddistingue questo romanzo incompiuto, seguito ideale di “Primavera di bellezza”, dove un vortice di neologismi si mescola all’uso dell’inglese (tanto da far parlare i critici di “fenenglese”, per indicare questa nuova lingua): meglio (o peggio) di Fenoglio è riuscito a fare solo James Joyce con il suo “Finnegan’s wake”. Ma non è solo una questione linguistica a renderlo intraducibile sullo schermo. Come dice Dante Isella, “Il partigiano Johnny” sta al libro resistenziale come “Moby Dick” sta al romanzo marinaro. I tempi dell’avventura sono infatti tutti interiori, e la vicenda esterna, in fondo, poco importa. Pensate ai movimenti di Johnny: sembra che combatta su mezzo suolo italiano, eppure, a cercarli su una piantina della zona, i luoghi che incontra sono compresi in un raggio di pochi chilometri attorno ad Alba.

Guido Chiesa, coraggiosamente, si è buttato nell’impresa e ci è quasi riuscito. Non è un gran bel film, il suo. E’ lungo e ripetitivo, mal recitato, con una musica ingombrante e sbagliata. Eppure gli eredi di Fenoglio ne sono stati soddisfatti. Come spiegarlo? Col fatto che Chiesa ha compreso una verità molto semplice, ma che pure in molti non afferrano. Di fronte ai libri impossibili ci sono solo due strade, e niente vie di mezzo: o ci si concentra sullo stile del romanzo, dimenticandosi della trama (come ha fatto ad esempio David Cronemberg col “Pasto nudo”); o si dà spazio al personaggio e al senso complessivo della storia, senza preoccuparsi di rifarne lo stile.

E’ ciò che ha scelto di fare Guido Chiesa: non potendo mettere in scena Il partigiano Johnny (forse solo il Terrence Malick della Sottile linea rossa avrebbe potuto provarci), ha deciso di rappresentare il partigiano Beppe. Una scelta drastica, che come tale ha scontentato molti ( anche se la maggior parte delle critiche gli sono piovute addosso in quanto “non allineato” ideologicamente: certi comunisti, come il prof. Cocito del romanzo, ancora non si sono rassegnati all’idea che la lotta partigiana non è stata una lotta di partito), ma un modo come un altro per mantenere viva l’atmosfera, il dolore, la confusione, il freddo, il significato morale del libro e per ricordare lo scrittore e l’uomo Fenoglio, chiamato subito maestro al suo apparire e poi gettato nel dimenticatoio di chi ha fatto delle scelte stilisticamente difficili e politicamente perdenti.

Se non altro, Guido Chiesa è da ringraziare per aver riportato Beppe Fenoglio e il suo Partigiano nelle librerie e sui banchi di scuola.

Elena Aguzzi