Jane Eyre

07/10/2011

La pellicola “Jane Eyre” diretta da Cary Joji Fukunaga, con alle spalle sceneggiatori e produttori di sesso femminile, in uscita in questi giorni nelle nostre sale, è l'ennesimo (più o meno il diciottesimo, tra cinema e tv) film tratto dall'omonimo romanzo di Charlotte Brontë.
Che cosa seduce tanto in questo libro? Diciamo che è una sorta di Cenerentola in chiave horror. Se la vicenda ci presenta un'orfanella maltrattata che, al termine di mille peripezie, troverà la fortuna e l'amore, qui il principe non è azzurro ma tenebroso, burbero e con un oscuro segreto che si agita nella soffitta del solitario maniero avito; la nostra eroina non è bella-dolce-svenevole, ma bruttina, inquieta e ribelle, persino un po' mascolina : inevitabile per molte lettrici (e lettori gay) che scatti l'immedesimazione (anche perché l'autrice stessa vi si rifletteva). Scritto nel 1847, è un romanzo quasi paradigmatico di certo romanticismo cupo, orrorifico e passionale: se i poeti inglesi indulgevano al sentimentalismo, le scrittrici compatriote dipingevano le loro storie d'amore con tinte fosche – si pensi al “Frankenstein” di Mary Shelley o al “Cime tempestose” della sorella della Brontë, Emily.
Tuttavia, le opere cinematografiche ispirate al libro si dimenticano quasi completamente del lato dark, e invece ne esaltano il tono di classico romanzone, con dovizia di colpi di scena affastellati in frettolosi digest. A oggi il risultato migliore risale a “La porta proibita” (titolo che fa pensare al signore di Rochester come a una specie di Barbablù...), diretto nel 1944 da Robert Stevenson, non geniale ma più che decoroso, con la giusta ambientazione, una buona sceneggiatura “d'autore” (A. Huxley) e due interpreti di indubbio fascino, Joan Fontaine e Orson Welles.

E quest'ultimo? Non malvagio, e sicuramente meglio della precedente, calligrafica versione firmata da Zeffirelli, ma non aggiunge nulla. All'inizio, con la sua costruzione a flash back, fa ben sperare; ottima la fotografia livida (di Adriano Goldman), suggestive le scenografie, azzeccata l'atmosfera gotica, così come perfettamente in parte sono gli attori (i protagonisti Mia Wasikowska e Michael Fassbender e i comprimari Jamie Bell e Judi Dench); ma ben presto scivola anch'esso in una narrazione tradizionale e in un effluvio di violini e lacrime stile cartone animato giapponese che seppelliscono e vanificano tutte le migliori intenzioni. Forse il modo migliore di trasporre il romanzo sarebbe di coglierne lo spunto e lo spirito ma abbandonarne la lettera (un po' come fa il film “Ho camminato con uno zombi”, che non c'entra nulla col libro eppure lo richiama); invece sempre, stavolta inclusa, ci si lascia trascinare dagli equivoci, gli amori incompresi e le occasioni perdute fino al rocambolesco, e pur pallido, finale. Sufficiente, ma aspettiamo la prossima versione. Tanto, prima o poi, una ce ne sarà.

Elena Aguzzi