Ian McEwan

01/05/2008

 

Come per molti altri scrittori anglosassoni, succede che quando si legge un libro di Ian McEwan si sia indotti a pensare “sarebbe un film fantastico”; alla prova dei fatti, la scrittura di McEwan è talmente raffinata, senza dar troppo l’aria di esserlo, che difficilmente le ambiguità contenute nei suoi libri riescono a essere portate sullo schermo con efficacia. Per fortuna, non sempre.

A nostro giudizio il più clamoroso flop è firmato da Paul Schrader (Cortesie per gli ospiti), e non ci piace nemmeno The Innocent (da Lettera a Berlino), mentre i risultati migliori sono stati ottenuti con Il giardino di cemento di Andrew Birkin e da L’amore fatale di Roger Michell: sarà un caso, ma i registi con maggior personalità han fallito dove sono riusciti degli autori minori, evidente segno che di fronte a McEwan bisogna assumere un atteggiamento di umiltà e non imporre un’autorialità che si va a sovrapporre a quella dello scrittore.
The comfort of stranger è per di più firmato nella sceneggiatura da Harold Pinter, che ha trasformato la sottile ambiguità noir del romanzo in una convenzionale suspence da thriller d’azione, ricorrendo però a dialoghi cervellotici per far dimostrare che si tratta di un’opera d’arte e non di intrattenimento: che, insomma, ha voluto dire “io sono più anziano, bravo ed esperto di McEwan” e ha dimostrato solo il contrario. Peccato, perché il cast era formidabile (Christopher Walken, Helen Mirren, Rupert Everett, Natasha Richardson) e il regista ce la mette tutta per non far sembrare Venezia cartolinesca bensì “levantina”.
Michell, invece, è noto solo per il leggero e mediocre “Notting Hill”(quello in cui Hugh Grant faceva il libraio che aveva una storia d’amore con la diva Julia Roberts!), ma ha saputo: a) scegliere uno dei libri meno riusciti dello scrittore scozzese, così da non essere schiacciato dal paragone; b) condensare abilmente il libro attraverso dialoghi densi e altrettanto densi silenzi, dove i pensieri vengono esplicitati, così come deve fare il cinema, dalle immagini; c) rendere magistralmente le prime, bellissime e celebratissime, immagini del romanzo(sbagli l’incipit e il finale e sbagli tutto); d) trovare due attori, Daniel Craig e Rhys Ifans, che non sono dei divi (Craig lo sta diventando solo ora grazie al gossip e a Casino Royale) ma sono dei grandi interpreti, capaci con uno sguardo e un sorriso di restituire tutti i dubbi  e le ambiguità dei protagonisti; e) starsene da parte. Il risultato è un film poetico e doloroso, anche se non di facile accesso.
Così come poetico, doloroso e difficile è il film di Birkin, tratto da un romanzo altamente disturbante: già essere riuscito a non trasformarlo in un film pornografico è una grande impresa. Inquieta poi ancora di più al pensiero che il regista ha utilizzato come attori il figlio Ned e la nipote Charlotte Gainsbourg, per raccontare la storia di quattro fratelli che seppelliscono la madre in cantina e diventano amanti senza rendersene nemmeno conto. Come dice Morando Morandini “Tutto funziona in questo film che turba, spiazza, inquieta: (...) la fredda scrittura registica che rende con puntiglio antropologico questo microcosmo alla deriva; l'equilibrio tra crudeltà e tenerezza, lucidità di sguardo e abbandoni lirici; la fotografia di Stephen Blackman, giocata sul grigio e sul blu”. Vinse a Berlino nel ’92, ma non incassò nulla.
L’unico film di discreto successo fu “The Innocent”, perché il più semplice di tutti, giocato su un sottile umorismo che impregna una trama spionistica tradizionale e romantica piuttosto avvincente, e tratto da un romanzo che all’epoca aveva venduto molto. Schlesinger è un regista però, che a fronte di un inizio di carriera fortemente “autoriale”, ha finito poi col firmare opere di buon mestiere ma poco ispirate: questa è una di quelle. Non convincono gli attori, e i continui rimandi cinematografici finiscono con lo stancare e dare una impressione di deja vu, o il sospetto che si tratti solo di una  parodia

Elena Aguzzi