Il talento di Miss Highsmith

04/07/2008

Un personaggio difficilissimo da portare sullo schermo è quello di Tom Ripley, creato dalla fantasia di Patricia Highsmith. E' stato visto, a seconda del regista che lo metteva in scena, come un odioso e affascinante parvenu, come un cinico e disincantato gangster, come un ragazzo costretto all'omicidio da eventi più forti di lui. Chi ha avuto ragione? Tutti e nessuno, poiché il carattere di questo asassino, che però è il nostro eroe, è variamete sfaccettato.
Nasce nel 1955 in  Il talento di Mr. Ripley. Ha 26 anni, ed è un ragazzino americano dal passato frustrante e dall'incerto avvenire che vive di piccole truffe e sfruttando l'altrui ospitalità. Per caso si trova a diventare amico, in Italia, di un seducente giovane miliardario, Dickie Greenleaf. Tom si innamora immediatamente di lui e del suo modo di vivere. Vorrebbe viverci insieme, o sostituirvisi. Visto che la prima alternativa è resa impraticabile dal netto rifiuto di Dickie, Tom l'uccide, e per un po' ne assume l'identità.
Da questo primo delitto, in parte passionale, in parte stimolato da un acuto senso di invidia e arrivismo, comincia una vita di sotterfugi, inganni, omicidi. Sono omicidi non premeditati, spesso a danno di losche figure di delinquenti, compiuti per legittima difesa o reazione nervosa o esasperazione e senso di impotenza: Tom non è un vero "cattivo", aspira alla normalità, alla tranquillità, e in fondo al suo cuore c'è un disperato bisogno d'affetto e stabilità. Ma è pur sempre un assassino, e un assassino per denaro. Anche se alla fine delle sue vicende può anche trovarsi, talvolta, con un senso di vuoto e fallimento, addirittura di infelicità, ne esce sempre, comunque, con un bel gruzzolo. E' un lestofante snob, il cui maggiore timore è di trovarsi privato delle proprie ricchezze e status symbol (la casa di campagna con amato giardino e governante devota, la moglie bionda e benestante, il clavicembalo, i pranzi raffinati, gli abiti giusti per tutte le occasioni, i viaggi attorno al mondo, la collezione di quadri), addirittura ossessionato dagli oggetti, pronto a sacrificare la vita degli altri per ottenerli e mantenerli, in un crescendo spasmodico di ansia di possesso, che in lui sostituisce l'impulso erotico.  Tom, infatti, è un assessuato: è attratto dagli uomini, ma non li desidera veramente (non tanto, almeno, da "sporcarsi" con un rapporto fisico con loro); è innamorato della moglie, ma di un affetto solido, basato sul reciproco senso di protezione, senza passione, con rari e poco convinti rapporti sessuali.
Questo è, dunque, il variegato ritratto di Tom Ripley come si delinea e si sviluppa nel corso dei romanzi, scritti nel corso di 35 anni (anche se tra il primo e il secondo ne passano 15, che sembrano passare anche per il protagonista, e in Italia, poi, sono usciti lentamente e disordinatamente), e ognuno un po' con un proprio stile: Il sepolto vivo è il classico libro di intreccio, ricco di colpi di scena e ribaltamenti di situazione; L'amico americano è un avvincente romanzo noir in costante oscillazione tra azione e gioco psicologico (Ripley's Game, Il gioco di Ripley, è il vero titolo), un gioco che prende tanto il lettore quanto i personaggi; Il ragazzo di Tom Ripley (meglio il titolo originale: Il ragazzo che seguì Ripley) è un toccante dramma psicologico truccato da romanzo d'azione, con echi conradiani; Ripley sott'acqua, infine, è un'efficace macchna da suspense in stile hitchcockiano, in cui riemerge il passato e si trovano momenti di genuino horror.

Il cinema, naturalmente, ne è rimasto affascinato. Ma mettere in scena un libro della Highsmith porta, inevitabilmente, a tradirla, a causa del suo maggiore interesse per i meccanismi psichici che portano al delitto e ne fanno seguito che al meccanismo criminoso in sé, al punto che sono più "highsmithiani" certi film che nascono da testi originali (ad esempio lo straordinario "Lo stato delle cose" di Wim Wenders o  "Match Point" di Woody Allen, col personaggio interpretato da Jonathan Rhys-Meyer che sembra un clone di Ripley), piuttosto che altri tratti direttamente dalle sue pagine (per esempio "Sconosiuti in treno - Delitto per delitto" di Alfred Hitchcock). Così, si diceva all'inizio, Tom Ripley è stato rappresentato solo parzialmente, e altrettanto parzialmente sono state sviluppate le potenzialità dei testi.
Uno dei film più famosi e più traditori è il pur ottimo Delitto in pieno sole (Plein soleil, René Clement, 1959) che se rispetta la trama generale e ha in Alain Delon un Ripley di sicuro fascino (anzi, troppo: perché un uomo tanto bello dovrebbe desiderare di essere un altro, e ucciderlo per portargli via la ragazza? Nel remake, Jude Law, che tanto sembra Delon, ha il ruolo di Dickie, non di Tom...), non si adegua però ai ritmi narrativi introspettivi dell'autrice americana, semplifica le psicologie e gli eventi ad esse connessi, cancella le ambiguità e, soprattutto, s'inventa un finale cinematograficamente efficace, ma che nulla ha a che vedere col cinismo della scrittrice (senza svelarvi nulla in dettaglio, s'intuisce un castigo per il delitto). Tra l'altro, all'epoca il romanzo era un unicum, ma oggi, alla luce dei successivi sviluppi narrativi, la soluzione inventata da Clement stride ancora di più. Rimette parzialmente a posto le cose Anthony Minghella nel 99 con The Talented Mr Ripley. Qui la storia è seguita con maggior fedeltà e le inevitabili invenzioni di sceneggiatura, se a volte presentano alcune forzature (il personaggio di Meredith pasticcia inutilmente la trama), in altri casi aiutano la vicenda, adeguandosi allo stile della Highsmith, e anzi sembrano anticipare alcuni elementi dei libri seguenti. Sapiente è l'uso dei tempi dilatati nei quali, improvvisamente, gli eventi precipitano, e alcune invenzioni visive (l'uso degli specchi in primis) fanno perdonare la sciapa prolissità del tutto, l'Italia folcloristica, i personaggi minori totalmente sprecati. Imperdonabile, invece, anche qui è il finale che, forse per mancanza di coraggio, forse per autocensura per salvaguardare gli incassi nei puritani Stati Uniti, cerca, con un assurdo narrativo, di dare una morale ( e, dirindinghete, un castigo) a un personaggio che spicca ( e vale) per la sua amoralità.

Parte invece per la tangente Wim Wenders che con L'amico americano (Der Amerikanische Freund, 1977) stravolge completamente trama e personaggi (Ripley è interpretato da Dennis Hopper, in versione particolarmente alcolizzata e tormentata!), trasformando il romanzo in un vero film d'autore, riflessione del cinema europeo sul cinema (gangster) americano. E tuttavia, per atmosfere, ambienti, volti, silenzi, esplosioni di violenza, amore per il noir, sospensioni, struttura narrativa, è, probabilmente, il film più aderente, coerente, con la narrativa di Patricia Highsmith, il film di qualcuno che l'apprezza veramente. Forse sarebbe stato più onesto inventarsi un protagonista e uno spunto di sana pianta che usare Ripley come pretesto e poi rivoltargli il destino come un guanto; ma è anche la dimostrazione che seguire gli episodi narrati da un autore non significa necessariamente essergli fedele, così come si può essere devoti a qualcuno pur "falsificandolo": è ciò che accade al personaggio di Bernard Tufts, un pittore ingaggiato da Ripley per sostituirsi al suo maestro suicida e continuarne l'opera, e anche con questo assunto Wenders si dimostra un ottimo seguace di miss Highsmith.

Non è invece quello che succede a Liliana Cavani che nel 2002 ci ha regalato una nuova versione de Il gioco di Ripley: interpretata da John Malkovich e Dougray Scott era molto attesa, e si è rivelata invece una cocente delusione. Patinato, mediocre, decorativo, senza guizzi e senza estro, rispetta scrupolosamente gli episodi e inquina il resto, sbaglia il protagonista e scade nel comico involontario e nel piagnucoloso. A volte è più difficile sbagliare che far le cose con decoro, ma la Cavani, purtroppo, c'è riuscita

Elena Aguzzi