Chandler il duro

03/05/2008

Raymond Chandler ha avuto un rapporto stretto col cinema: il suo investigatore Philip Marlowe è apparso sullo schermo 11 volte (per un totale di sei romanzi: tre rifatti di cui uno ben 3 volte, e una volta è protagonista di una storia "originale"), e bisogna mettere in conto anche le sceneggiature che ha scritto per Hollywood, alcune delle quali celebri come quella, bellissima, per "La fiamma del peccato" di Billy Wilder (tratta dal romanzo di Cain) e quella, contestata al punto da fuggire a metà stesura e lasciare di suo solo la firma, per "L'altro uomo-delitto per delitto" di Hitchcock (da "Sconosciuti in treno" di Patricia Highsmith). Eppure l'interesse per l'autore è stato ondivago: 6 film sono usciti tra il '42 e il '47, altri 4 tra il '69 e il '78 e l'ultimo, quello semi apocrifo ("Omicidio a Poodle Springs", ispirato a un racconto incompiuto, in cui ci si immagina un Marlowe invecchiato e sinceramente piuttosto cambiato di psicologia - è addirittura sposato!- interpretato da James Caan), è l'unico di questo millennio Il modo in cui si è scelto di trasporre i romanzi di Chandler sullo schermo è estremamente variegato, e scegliere il migliore o il peggiore è, più o meno, solo questione di gusti. In ordine cronologico contiamo dunque: un "Time to kill" (noto anche come"The High Window", dal romanzo, per l'appunto, Finestra sul vuoto) con Lloyd Nolan e un "The falcon takes over" con George Sanders, mai distribuiti in Italia e di cui sembra essersi persa ogni traccia (ma pare fossero piuttosto mediocri) e l'"Ombra del passato" (Murder, my sweet), che sebbene con un titolo diverso è tratto dallo stesso "Addio mia amata" a cui si è ispirato il film con Sanders: girato due anni dopo da Edward Dmytryk con protagonista Dick Powell, è piuttosto fiacco nei dialoghi e infedele nella trama, ma resta ugualmente un piccolo capolavoro espressionista per l'uso del bianco e nero che farà scuola nel genere e per la sequenza del sogno, da antologia. Considerato uno dei migliori film chandleriani quasi all'unanimità (è stato approvato dal romanziere stesso) , non ci scosteremo da tale giudizio. Seguono, nel '46, "Una donna nel lago" (Lady in the lake, dal romanzo omonimo), di e con Robert Montgomery, anche questo ormai introvabile, ma a differenza dil primi film citati qui dobbiamo aggiungere un ahimé, poiché fu fatto il curioso esperimento di girare tutto il film in soggettiva (il protagonista si vede solo quando appare davanti a uno specchio); e il celeberrimo "Il grande sonno" (The big sleep) di Howard Hawks: se non ci avesse già pensato il regista col suo ritmo e il suo humor a renderlo indimenticabile, ha un valore aggiunto nell'interpretazione di Humphrey Bogart che fa faville, specie quando accanto a lui appare Lauren Bacall: unica debolezza, di cui non è responsabile nessuno se non la censura marcata degli anni '40, gli addolcimenti alla trama scabrosa, che la rendono più adatta a un pubblico pudico, ma anche più incomprensibile. Chiude la prima ondata di film "La moneta insanguinata" (The brasher doubloon) con George Montgomery, remake di quel primo "Finestra sul vuoto" ma altrettanto sciapo: è l'ultimo film tratto da un romanzo di Chandler con l'autore ancora in vita, e potevano anche risparmiarselo. La seconda ondata di film chandleriani è inaugurata nel '69 da "L'investigatore Marlowe" (Marlowe, tratto da "La sorellina"), onesto e scialbino, con James Garner nel ruolo del titolo e una particina per Bruce Lee : forse l'unico curioso motivo per vederlo, anche se, come si è detto, è un film più che decente. Migliora il tiro il successivo "Il lungo addio" (The long goodbye) di Robert Altman, con Elliot Gould. Per gli appassionati del romanzo, in realtà, il film è una pugnalata alle spalle: infedele, buffonesco laddove il romanzo è romantico e doloroso, dimentica totalmente il succo del libro (il tema dell'amicizia lentamente scoperta e poi tradita, di pari passo con l'amore) e, soprattutto, trasforma il cinico, "cavalleresco" e ruvido investigatore privato in un simpatico sbruffoncello disinteressato alle donne che vive con un gatto. Eppure, per assurdo che possa sembrare, è più fedele allo spirito dell'autore che tutte le messe in scena diligenti e senz'anima: divertente e insieme crepuscolare (sta al noir quanto I compari, dello stesso Altman, guarda caso, sta al western) fa un monumeto al genere e al suo eroe (un eroe che, mentre risolve il caso, è comunque un perdente: e questo non è Altman a inventarselo, ma geniale intuizione di Chandler) mentre gli canta il canto funebre. Torna a essere diligente e non d'autore "Marlowe il poliziotto privato" ("Farewell, my lovely" , di cui è appunto un remake) che però, con L'ombra del passato, Il grande sonno e Il lungo addio rientra nella partita dei film "riusciti": merito di una sceneggiatura accurata, di un'ambientazione squallidamente suggestiva e di un grande interprete, Robert Mitchum, che tornerà nel ruolo dell'investigatore in "Marlowe indaga" (The big sleep), che rende chiara la trama, ma si affolla di una parata di stelle (l'unica fulgida, oltre a Mitchum, è quella di James Stewart: una Sarah Miles, con tutto il rispetto, non può competere con la Bacall) e sceglie un'ambientazione tanto suggestiva quanto inesplicabile (e lontana da Chandler): Londra. E qui veniamo al nodo cruciale della questione: il protagonista. Se non possiamo esprimerci su Nolan, Sanders (due attori eccellenti ma che ci sembrano un po' lontani dal modello) e Robert Montgomery, possiamo però dire che l'altro Montgomery, George, assomiglia più a Sherlock Holmes che a Marlowe: orribile. Bocciato anche Dick Powell: troppo perbenino, bassetto e cicciottello, privo del necessario "decadentismo" quanto di humor caustico (due caratteristiche fondamentali, invece). Insignificante Garner: va fisicamente bene, ma è piatto come un telefilm. Interessante il vecchio Caan, anche se sembra più il seguito di Jack Nicholson in Chinatown che l'investigatore chandleriano. Assurdo e insieme irresistibile Gould, spilungone ebreo dal sorriso obliquo e gli occhi tristi: non assomiglia al Cary Grant che aveva in mente lo scrittore, ma ha quel misto di umorismo e amarezza che lo rende indimenticabile. Paradigmatico Bogart: anche lui non quadrava con la descrizione fisica del personaggio (la battuta "Lei è molto alto" " Non è colpa mia" fu cambiata con "Non è molto alto" "Ho fatto del mio meglio"), ma per tutto il resto, tic compresi, rimase per decenni IL Philip Marlowe per eccellenza. Finché non venne Mitchum, e qui siamo alla perfezione: invecchiato rispetto al personaggio, gli dona quel surplus di occhiaie sotto occhi che han visto troppo, di distacco e disincanto, di ironia e senso dell'onore, di fascino e decadenza, che sono anche quelli del suo interprete. E' un attore che ha fatto la storia del genere e che gli è sopravvissuto per dedicargli il canto del cigno. Magistrale.

Elena Aguzzi