Il Grande Sonno

02/11/2009

Duro e romantico, cinico e leale, seduttore solitario e gran bevitore, Philip Marlowe è il prototipo del detective dai modi scontrosi e brutali ma avvolto da un’ombra di malinconia, che afferma di lavorare per 50 dollari al giorno più le spese ma in fondo lo fa per saldare qualche vecchio debito sentimentale. Raymond Chandler lo creò all’età di 50 anni, scoprendosi romanziere con “Il grande sonno”, dopo aver collaborato con riviste pulp come “Black Mask”. E sullo schermo lo incarnò Bogart nel ’46. Chi meglio poteva? Bogart, col suo impermeabile stretto in vita e la falda del cappello calata su un volto senza sorriso, con un tic alla bocca che assomiglia a un ghigno, la sigaretta pendula e il vezzo di tormentarsi l’orecchio per pensare. Bogart che lascia partire in aereo la donna che ama (“Casablanca”) e ne spedisce in galera un’altra (“Il mistero del falco”, dove impersona un altro detective della scuola hard-boiled, il Sam Spade di Dashiell Hammett). Certo era bassetto e bruttino e ci volle qualche modifica nei dialoghi: la scatenata Carmen Sternwood, che tenta di sedersi sulle sue ginocchia mentre è ancora in piedi, non può dirgli “terribilmente alto, eh?” e Marlowe-Bogart può ribattere “ho fatto del mio meglio”. Ma soprattutto gli sceneggiatori del celeberrimo film di Howard Hawks, tra cui William Faulkner, dovettero affannarsi a depurarne la trama. Intanto il misterioso Rusty Reagan che Marlowe si ostina a cercare, proprio perché nessuno gli ha detto di cercarlo, non è più il genero del vecchio generale Sternwood, morente nella sua soffocante serra di orchidee: meglio eliminare ogni ambiguità affettiva dalla narrazione. E’ piuttosto difficile raccontare una storia di droga, pornografia e omosessualità senza mostrare droga, foto di nudo e intrecci omosessuali. La scena nella bisca si risolve con una canzoncina e Marlowe finisce con l’innamorarsi dell’altra figlia del generale, che ha la bellezza e la classe di Lauren Bacall. Il loro primo dialogo piacque molto anche a Dario Argento, che lo trasferì tale e quale nel suo “Il gatto a nove code” (“Non m’importa di come mi mostrate le gambe. Sono piuttosto belle ed è un piacere aver fatto la loro conoscenza. E non m’importa se non vi piacciono i miei modi, a me non piacciono i vostri”). A lei Humphrey Bogart spiega la soluzione molto rapidamente nella scena finale, come se la produzione fosse improvvisamente rimasta a corto di pellicola. Il risultato fu che il pubblico di allora, già poco abituato ai ritmi veloci e alle trame complesse, trovò il tutto ancora più confuso.
La nebbia si dirada nel remake che ne girarono negli Anni Settanta con Robert Mitchum, sotto il titolo di “Marlowe indaga”. Un “noir” girato a colori che ha il sapore della celebrazione, fedelissimo al romanzo nella trama e nel dialogo, ma infedele nell’ambientazione, spostando la vicenda di una ventina d’anni da Los Angeles alle strade londinesi. Il sangue sgorga in maniera più esplicita, Sarah Miles in luogo della Bacall ha un aspetto più voglioso e volgare, più consono al personaggio d’origine, ed è per il disincantato Marlowe solo un’avventura fugace. James Stewart è il vecchio generale e Mitchum è un Marlowe quanto mai deluso e decadente che in chiusura s’allontana recitando fuori campo il monologo del Grande Sonno, una delle più belle pagine chandleriane, cancellato dalla precedente versione (“Cosa importa dove giaci una volta che sei morto? In una pozza sporca o in una torre di marmo in cima a una collina? Sei morto, dormi il grande sonno, non ti preoccupi di cose così. Olio e acqua sono come vento e aria per te. Dormi il grande sonno e non fai caso al fango o a come sei morto o a dove sei caduto”).
Mitchum interpretò anche un altro film su Marlowe, stavolta senza trasposizioni d’epoca, rispondendo con caustica ironia ad una sofisticata Charlotte Rampling in veste di dark lady: “Marlowe il poliziotto privato” che a sua volta è il remake di “Addio mia amata” con un più debole Dick Powell. Ma il Marlowe più sbagliato della storia del cinema (e contemporaneamente il film più sbagliato) è Elliott Gould in “Il lungo addio”, scempio che Robert Altman fa del più bel romanzo di Chandler. Summa della sua tristezza, ultimo saluto di un Marlowe invecchiato, storia d’amicizia tradita nel libro, schematica storia Anni Settanta nel film. Più curioso un esperimento dimenticato che Robert Montgomery girò da “La donna nel lago” senza mostrare mai Marlowe in viso per riprendere tutto il film in soggettiva, restando così fedele al racconto in prima persona.
E curiosamente Chandler non partecipò alle trasposizioni cinematografiche dei propri romanzi pur incontrando il Cinema da sceneggiatore. Con Hitchcock, quando sceneggiò “Delitto per delitto” da “Sconosciuti in treno” di Patricia Highsmith, non ebbe vita facile: scontroso come il proprio personaggio, Chandler era insofferente ad ogni suggerimento. Ma con “La fiamma del peccato” di Billy Wilder contribuì ad uno dei capostipiti della stagione d’oro del “noir”, come “Il grande sonno”. In mezzo a luci, ombre, incertezze, tradimenti, la narrazione viene scandita dalla voce fuori campo, caratteristica prima ed inconfondibile di un genere, di un’epoca del Cinema che lascia dietro di sé un gusto amaro, come i bicchieri di whisky e le sigarette fumate dai suoi eroi perdenti.

Gabriella Aguzzi