La terrificante notte del demonio

15/01/2010

Belgio/Italia, 1971, 95 minuti
Regia Jean Brismèe
Con Erika Blanc, Jean Servais, Ivana Novak
Produzione Delfino Film
95 minuti, colore
Lingue: Italiano, Inglese
V.M 18

Il dubbio era metodico: parlare di questo film col rischio di incorrere in anacronismi imperdonabili per un sito di attualità nel mondo dello spettacolo, oppure non parlarne col rischio ancora più grave di non citare uno dei più tremendi film horror nella storia del genere umano? Chi si occupa di questa trascurabile rubrica ama la bruttezza anche più della bellezza, e non ha resistito, dunque ecco a voi “La terrificante notte del demonio”! Rullo di tamburi, squillo di tromba, tutti seduti e preparatevi a consumare tonnellate di clinex dal troppo ridere. Sul castello del Barone Rudolph Von Romberg grava una tremenda maledizione. Qualcuno, forse, vorrà sapere quale? Vi basti che grava una tremenda maledizione, punto. Il vecchio Barone, durante la fine del nazismo, ha commesso atti innominabili su donne, uomini e bambini, si è legato all’oscuro con rituali arcani, ha evocato feroci spiriti del passato, adorato il maligno, e tutto questo così, perché si annoiava, all’epoca non c’erano le play station. Neanche a dirlo, il discendente del defunto nobiluomo, assolutamente identico all’antenato perché hanno usato lo stesso attore, senza neanche cambiargli pettinatura, vive col suo maggiordomo nel medesimo castello, il cui giardino, nelle condizione che solo l’abbandono possono portare, è (tras)curato da un sinistro e davvero farsesco individuo vestito di nero, che agita il rastrello come fosse la falce del Tristo Mietitore. Un pullman di viaggiatori, incrociando in quelle zone, si trova nell’ impossibilità di proseguire, e chiede asilo, per una notte o due, all’anziano proprietario del maniero. Non ci è dato di conoscere per quale motivo il pullman non fosse in grado di affrontare, col bel tempo, una strada di tipica fattura italica, in buone condizioni e aperta al traffico. Il veicolo, condotto da un pingue autista attratto solo dal cibo, la cui natura untuosa si sparge dalla sua faccia all’orrendo riporto mal tinto sulla lucida calotta cranica, giunge nella magione quando ormai è notte, infatti un bel sole splende alto nel cielo primaverile e si riflette sui vetri, fenomeno tipico delle ore più nere. L’autista si informa subito sulla qualità della cucina locale, e intanto si dedica ad assaggi di varie bevande alcoliche, senza risparmiarsi di nascondere in valigia salsicce, salamelle e polpette, mentre gli altri: una coppia in crisi, due lesbiche ed un anziano soldato in pensione con una gran voglia di dormire, maledice l’isolamento che assedia l’antico luogo e l’assenza di telefoni, e tutti sanno che dalle finestre di un luogo isolato è costume vedere, a pochi metri, i tetti del paese vicino. Unico euforico è il giardiniere, che agita in aria il rastrello quando sarebbe assai più saggio usarlo per raccogliere le tonnellate di foglie morte, fra le quali il novello Igor sembra stare a suo perfetto agio. Arriva l’ora di cena, ovvero dopo il calare delle tenebre più fitte, e il conducente del pullman si getta sulle vivande, decantandone i sapori e chiedendosi a cosa servano quegli inutili oggetti di metallo acuminati comunemente detti posate.  Il Barone, austero e freddo, osserva con una punta di disgusto i commensali, e non possiamo fargliene una colpa, ma presto giunge il tempo di andare a dormire, per l’incommensurabile felicità dell’ex militare. L’orrore si manifesta col buio, anche se buio non è, e fuori dalle finestre il sole pomeridiano occhieggia dietro i filtri della telecamera. Evidentemente, è bastata una mattinata per girare tutta la schifezza fin qui sotto esame. Ma l’orrore arriva comunque, e di orribile ha ben poco, anzi, Ivana Novak è davvero una bellissima succube di nome Ilse. In quale modo la creatura infera è legata alla tetra storia del castello? E chi se ne frega? Ha una lingerie da infarto. Sedurre le due lesbiche è un gioco da ragazzi per una succube esperta, e non troppa fatica deve spendere per insinuarsi nella coppia in crisi, andando a letto prima col marito e poi con la moglie. Impresa più ardua spetta al demone quando deve cimentarsi con il conducente e il militare in pensione: quest’ultimo, lungi dal cedere alle lusinghe erotiche, non si chiede che ci faccia una bellissima donna nella sua stanza, piuttosto prorompe in anatemi e imprecazioni perché “In questo dannato castello è impossibile dormire almeno qualche ora!” Il poveretto si ritrova a fuggire, vittima di una rabbiosa narcolessia, e cade dai bastioni in pigiama. Ben triste sorte per un uomo d’armi. Circa l’autista, invece, si rende necessario imbandire una tavola faraonica di aragoste e arrosti. Lo sferoidale lussurioso si getta sulla crapula con ferina ingordigia, mangia il mondo e, naturalmente, muore strozzato dalle chele di un astice. Insomma, muoiono tutti tranne una delle lesbiche, muore anche il Barone perché, mentre tirava di scherma col maggiordomo, viene da lui erroneamente trafitto. Sul volto del fedele servitore compare l’espressione traducibile con “oibò, che sventura!” Morto il Barone, morta pure la maledizione, anche se il rinsecchito giardiniere imperversa ancora tra le frasche. Tutti a casa, e tanti saluti.
Film incredibilmente licenzioso, per l’epoca, risente davvero troppo delle ingenuità di un genere ai suoi esordi, e non possiamo dunque perdonarlo in sede di contestualizzazione storica. Però, anche solo per le risate che ci ha regalato, un grazie al regista è doveroso.

Carlo Baroni