House of dead

03/05/2008

Lo scopo unico di questa inutile rubrica è discorrere di tutti quei film che si sono evidenziati per la totale assenza di qualsivoglia base culturale nelle loro narrazioni. Per ironia della sorte, dobbiamo tuttavia ammettere l’impossibilità di optare per l’ignoranza senza compiere, al contempo, una scelta di cultura. C’è chi dice, in completa umiltà: “l’ignoranza è un bene”, assumendo così una precisa posizione filosofica, magari inconsapevolmente. C’è chi dice anche: “lasciamo che parlino quelli che sanno le cose”, assumendo una posizione filosofica ancora più complessa. In definitiva, essere ignoranti nel senso assoluto del termine è impossibile, e se è vero che “non c’è niente di nuovo sotto il sole.”, è altrettanto vero che non possiamo farci nulla. Beato chi non sa, certo, ma noi umani, ahimè, sappiamo. Ciò premesso, ed era una premessa doverosa, a volte non v’è niente di meglio che passare una serata da soli in casa, con pop corn e coca, davanti ad un film che, lo sai per certo, di sicuro non avrà rimandi a Shakespeare. Prendi un ex Wrestler come The Rock, prendi un gioco sparatutto come Doom, aggiungici qualche mostro in più, effetti speciali da brivido e armi grandi come una volvo station wagon in mano a granitici marines. Manca qualcosa? Sì, il pazzo schizzato che si droga prima degli scontri a fuoco, e sai benissimo quale fine farà (la peggiore) e il ragazzo coraggioso ma un po’ troppo giovane e inesperto. Non gli resterà abbastanza vita per fare pratica, in ogni caso. L’unica pratica che potrà fare sarà quella di sdraiarsi in una tomba, ma non c’è tempo per idiozie come la morte o il destino! Qui sta succedendo qualcosa di molto insolito, qualcosa di sottile, come alcune decine di scienziati fatti a pezzi o resi completamente folli da sa il diavolo quali abomini. La squadra più forte deve subito partire per investigazioni. Eccoci al via di questa ottusa rubrica: si comincia con Doom!

Videogame di inaudita ferocia e ignoranza, dove le sole cose che contano sono polsi forti per continuare a premere sul controller e sparare a più non posso, era scritto che dovesse diventare un film, e The Rock, la versione muscolosa e meno intellettuale di Vin Diesel, ne è il perfetto, assoluto protagonista negativo. Scoperto un portale che conduce ad un altro sistema solare con relativo pianeta ormai morto, ma un tempo abitato, alcuni antropologi rinvengono i resti di una razza umanoide dotata di un corredo cromosomico di gran lunga superiore al nostro, immune alle malattie e resistentissima al passare del tempo. Si sospetta subito che, in origine, la specie aliena non potesse vantare peculiarità superomistiche, ma che abbia, con il volgere degli eoni, trovato il modo di perfezionarsi medianti innesti nell’originario DNA. La domanda è ovvia: se erano tanto intelligenti e forti, perché si sono estinti? La risposta è semplice: qualcosa doveva essere andato dannatamente storto su quello stramaledetto pianeta. Infatti, alcuni fossili mostrano segni di orrende mutilazioni, mentre altri sembrano non coincidere, nella struttura, a quelli della razza primigenia. E’ forse possibile che l’esperimento sia sfuggito di mano ai dottissimi esterni? Non solo è possibile, è evidente. E lo scoprirà proprio la squadra capeggiata da The Rock, dopo aver attraversato il portale per ricomporsi in un laboratorio da incubo, ed è inutile contare le braccia e le gambe a cui manca qualcosa, il resto del corpo, sparse in giro per le sale. Il capo è l’ex lottatore, su questo non si discute, ma c’è anche un membro del gruppo che, pur essendo forse il più forte dopo il boss, ha sviluppato una sensibilità che manca ai suoi colleghi, la quale si alimenta dopo che, nel laboratorio disastrato, trova fra i superstiti quel gran pezzo di gnocca di sua sorella. La dura e bella dottoressa (che poteva benissimo essere un marine, ma ha scelto la via del sapere Dio solo sa il perché) non manca di ricordargli che è meglio guardare traverso un microscopio che traverso un mirino. Però sappiamo tutti che non è affatto così. Siamo o non siamo degli ignoranti? Finiremmo con l’usare il microscopio come una mazza, gridando tipo scimmie urlatrici invasate, perché quando ti ritrovi in mano una specie di M60 tanto fallicamente poderoso da non starci in un trilocale, allora sì che è vera poesia!| Gli alieni erano sulla strada giusta, avevano capito quasi tutto: vecchiaia rimandata, assenza di malattie mortali, più forza, più intelligenza, più resistenza. Ma, attenzione, ho detto “quasi”. Sì, perché le modifiche al corredo cromosomico funzionano solo sugli individui puri di cuore, nobili, onesti, insomma, scegliete voi. Se nascondi qualcosa di marcio, allora gli innesti va a finire che ti trasformano in un mostro deforme e assetato di sangue. Su quanti individui la modifica del corredo cromosomico avrà successo? Visto che la riuscita del trattamento dipende dalle qualità morali di chi ad esso si sottopone, è fin troppo facile capire che di mostri ce ne saranno un casino. Tutti gli scienziati, meno la sorella del sensibile, sono diventati orride blasfemie in grado di contagiare chiunque. Ed ecco il finale a sorpresa: quando The Rock viene ferito si scopre che non era poi questo gran stinco di santo. Ci mette un po’ a trasformarsi, ma, alla fine, fa paura anche agli altri mostri dal tanto che era bastardo! Però cade nel contagio pure l’introverso, e lui è candido, su di lui gli innesti avranno effetti strabilianti. Prima si sparano anche i cucchiaini da caffè, poi, finite le munizioni, si passa alle mani. Il buono vince, la gentil donzella è salva, si scopre che sono tutti moralmente dei cessi tranne due, una media disarmante. Vogliamo parlare di nichilismo? No, è solo Doom. Antologiche le espressioni di The Rock: testa dritta e denti scoperti (espressione standard), testa piegata di lato e denti scoperti (espressione meditativa), testa piegata in avanti, denti scoperti e occhi iniettati di sangue (espressione rabbuiata), ma va bene così, lo vogliamo così, ci piace così! E’ The Rock, mica Anthony Perkins. E siccome abbiamo le scatole girate dalla mattina, siamo felici di finire il migliorabile giorno con una boiata.
A parte gli scherzi, guardatelo. E’ ben strutturato, e fa spaccare ridere.

 

Merita una menzione, questo filmaccio empio, perché non capita spesso, nelle pellicole di un genere ormai davvero alla deriva, di trovare i vivi così vicini alla stupidità degli zombi, o, per dirla con i protagonisti, degli iper-sapiens. Usando questo termine (peraltro illogico, ma proseguendo nella visione si sentiranno cose ben peggiori) i grandi eroi amavano riferirsi alla teste morte, senza dubbio per darsi un certo tono in un panorama di demenza difficilmente eguagliabile. Resta un mistero se le intenzioni del regista fossero o meno serie. V’è motivo di sospettare che egli non intendesse cimentarsi in un lavoro dichiaratamente comico, ma quando la completa ignoranza tenta di avvicinare prodotti che abbiano un minimo di contenuto, allora diventa una delle cose più divertenti e disarmanti a cui si possa mai assistere. “House of Dead”, infatti, si inerpica con estrema fatica nel tentativo di rintracciare qualche richiamo ad alcuni classici del genere, strizzando l’occhio al già sopravvalutato Romero (questa è il giudizio sindacabilissimo dello scrivente) in un’ espressione che diviene grottesca nell’istante in cui pare chiaro che si sta per assistere ad una boiata rara. Dunque, la scaturigine del diffondersi della malattia, innanzi tutto: uno scienziato tenta lugubri e proibiti esperimenti sul cadavere di una giovane, ossessionato dall’idea di trovare la chiave dell’ immortalità. Neanche a dirlo, invece di creare una revenante dotata di intelletto, crea un mostro carnitrofo. Questo è lo sbaglio madornale che precede di poco il diffondersi dell’epidemia. E allora com’è possibile che, a qualche ora di distanza dal malfatto, esistano già squadre specializzate nella caccia agli zombi, pronte a collaborare con stizziti membri dell’esercito? Domanda superflua, superficiale! Non c’è mica tempo da perdere. Ed eccoli, allora: la bella dura e pura piena di risorse e il suo compagno di una incapacità epica. Dopo incidenti a dir nulla paradossali, i due si uniscono ad un gruppo di riluttanti militari inviati a presidiare un college invaso da zombi. Quindi veniamo a sapere che gli zombi hanno smesso di essere ovunque, ma si trovano soltanto in quella università. Il regista aveva esagerato col Lexotan, non c’è altra spiegazione. Ora, per chi ha dimestichezza con le creature non morte, sa che non è affatto difficile eliminarle. Il problema, semmai, si pone quando ti ritrovi circondato da una decina di loro e non hai un’arma. Tuttavia, basta usare un minimo di strategia per eludere la minaccia, e la tecnica del cecchino è quella migliore. Gli zombi sono lenti, sono sfatti, non hanno nessuna capacità di ragionamento. Basta colpirli in testa, anche con un martello o una mazza da baseball. Ma se alcuni zombi, da un istante all’altro, imparano a correre mentre altri restano lenti come bradipi, converrete che la situazione si complica. E diviene ancora più complessa se due o tre di loro hanno la capacità di mimetizzarsi, o il lampo di genio di fingersi morti una seconda volta per attaccare di sorpresa. Se a contrastarli, poi, invii dei perfetti imbecilli, la festa è finita. Citazione da “Dawn of the Dead”: il capitano taglia di netto il braccio morso di un suo soldato, nel tentativo di fermare il propagarsi della malattia nell’organismo. Sappiamo che è possibile, se si fa in fretta. Ma lo sventurato si trasforma comunque, e morde il medico accorso a soccorrerlo. Prima che uno degli agenti speciali intervenga, altri due militari, armati di M16, vedono gli abomini ringhianti e si mettono a gridare come lavandaie senza nemmeno esplodere un colpo. Non scappano, non combattono, restano lì, simili a oche starnazzanti dipinte di colori mimetici e si fanno mordere. Già quattro defunti su sette nei primi minuti della missione. E’ ovvio che il bastardo di turno resta vivo, quello che, lo sappiamo per esperienza, alla fine renderà le cose complicate ai superstiti (e mai che qualcuno abbia la saggezza di eliminarlo!). Mi rivolgo ancora agli intenditori: tutti sappiamo che l’unico modo mediante il quale uno zombi possa infettare un uomo ancora vivo è mordendolo. Dobbiamo riscrivere i testi e, magari, riunirci per un corso di aggiornamento: adesso il morbo decerebrante si propaga anche tramite puntura di zanzara! Durante l’esplorazione del college, il bastardo si fa pungere dall’unica zanzara in circolazione (una ed una sola nel raggio di chilometri, ma, nelle prossime scorribande volte ad annientare gli antropofagi, armiamoci di baygon e autan, per non saper né leggere né scrivere…). Capisce subito tutto, come non si sa, ma capisce di essere fregato. Però la puntura porta ad una metamorfosi più lenta, il vile ha tutto il tempo di architettare un piano di fuga con l’ipotetica cura che dovrebbero sintetizzare i due dei servizi speciali e pensa anche di guadagnarci un sacco di soldi. Siccome è bastardo, ma pur sempre demente, racconta i suoi intenti alla nobile e gran bella soldatessa, promossa a capo della missione dopo il decesso del tenente. Questa lo colpisce col calcio del fucile e che fa? Non gli spara il colpo di grazia, no! Lo ammanetta ad un calorifero e poi, apogeo del dolore, siccome è strafiga ma, povera stella, tanto ma tanto scema, gli mette in mano una pistola per suicidarsi al suo risveglio! Ragionamento. Facoltà in uso: intelligenza: catena – pistola. Catena lega. Pistola spara. Pistola spara a catena. Pistola rompe catena. Catena non lega più. Ci arrivo io, che non sono né un militare, né un pozzo di sapere, ma lei no! Teniamo bene a mente questa fase, perché il bastardo si rivelerà ancora più lobotomizzato. Nei quartieri alti si preparano a sparare missili sul college, i nostri eroi hanno poco più di un’ora per trovare il primo carnitrofo, l’originario, la ragazza vittima del famoso esperimento, prelevare da esso un campione di sangue e consentire così il tentativo di trovare una cura. Domanda: se gli zombi sono solo nel college, se dalle basi stanno per lanciare missili per distruggere il college, perché affannarsi tanto nel cercare la cura ad un’epidemia che, comunque, verrebbe debellata per sempre dalla deflagrazione? Non importa. Alla fine restano la soldatessa, la dura e pura e il bambascione. Un’altra domanda: perché serve proprio il sangue del primo carnitrofo creato artificialmente? La dura e pura fornisce una spiegazione composta di termini medici con i quali, forse, si potrebbe dissertare riguardo una tonsillite, nella migliore delle ipotesi (non sono un medico ma ho controllato, il suo discorso non ha senso), e il collega le dice: “Ehy, frena, parla in modo che tutti possiamo capire!” Mi sfugge qualcosa: teoricamente, dovrebbe essere uno scienziato anche lui. Altra dose di Lexotan per il regista: non è più uno scienziato. Però ha doti di evocazione. Un romanzo di Philip Dick si intitola: “Il sognatore d’armi.” Al belloccio non serve sognarle, se le ritrova in mano appena cambia inquadratura. Di spalle ha una pistola, frontalmente si ritrova un fucile calibro dodici. Non voglio togliervi il piacere di scoprire in che modo i due mentecatti si procurano il sangue del prototipo, non vi dirò nemmeno come lo perdono e come, poi, lo recuperano sacrificando, aimè, quel bel vedere che era la soldatessa. Ma è fin troppo ovvio che, ad attenderli presso l’unico mezzo motorizzato vicino al campus, c’è il bastardo che non ha trovato molte difficoltà nel liberarsi dalle manette. Voi direte: ha sparato alla catena? Preparate i clinex, mettete a letto i bambini. Aveva una pistola, ce l’ha ancora adesso, ma non ha sparato alla catena, come avrebbe fatto anche un lemure… Si è tagliato la mano con un machete! Insomma, per farla breve, il bastardo si trasforma, la provetta del sangue cade e si infrange, i missili che dovevano arrivare non arrivano perché? Perché il mondo, ormai, è invaso dagli zombi. Siparietto drammatico dei due scampati che si preparano ad affrontare una terra ostile con la volontà che non muore mai, o roba del genere. Non mi chiedo più come sia possibile che, da fenomeno diffuso si sia trasformato in isolato e poi, sempre nell’arco di pochissimo tempo, ancora in un caso planetario. La vera domanda è: a cosa pensavo quando ho noleggiato questo film?

 

Carlo Baroni