A ruota libera

04/04/2012

A poche gare dall’inizio della stagione, il quadro comincia già a delinearsi in modo che definiremmo più che nitido, nella sua desolazione. Iniziamo dalla nota dolente per tutti gli appassionati italiani di motori: le mediocri performance della Ferrari e del suo secondo pilota, Felipe Massa. Nonostante la vittoria in Malesia dello stoico Alonso, agevolata però dalle condizioni climatiche avverse e da una insolitamente efficace strategia ai box, la monoposto di Maranello denuncia problemi che non si vedevano da decenni. Lenta, poco agile, con soluzioni aerodinamiche non all’altezza delle avversarie, e una squadra che sembra l’immagine della rassegnazione, a cominciare dal team manager Stefano Domenicali. Ci ricorda tanto la Ferrari di Alesi  e Berger. E, visto che ne stiamo parlando, quali sono ormai le sue dirette rivali? Non più Red Bull e Maclaren, forse nemmeno Mercedes e Lotus. In Australia, Fernando Alonso ha sofferto l’assedio di Pastor Maldonado sulla sua modesta Williams-Renault, prima che il venezuelano andasse a schiantarsi a causa di un errore dilettantesco. In Malesia, fortunosamente davanti a tutti, sempre lo spagnolo ha dovuto serrare i ranghi davanti alla Sauber-Ferrari di Sergio Perez, probabile sostituto di un ormai finito Massa per la prossima stagione, e non fosse stato per la bravura del pilota delle Asturie ( o per un criptato messaggio dai box, in considerazione del fatto che Perez è un pilota sotto contratto Ferrari) è probabile che il messicano avrebbe colto la prima vittoria personale e per il team di Peter Sauber. Per la Rossa si prospetta una delle peggiori stagioni degli ultimi vent’anni, con team da media classifica come target. E la Red Bull che fine ha fatto? L’esempio della perfezione che dà ordini ai piloti, come fanno tutti, ma li nasconde sotto virtuosismi verbali? E Sebastian Vettel? Ecco che il due volte campione del mondo tedesco torna ad essere nervoso ed irascibile, ora che la sua magica monoposto accusa un lieve ritardo rispetto ad una Maclaren coraggiosa anche nel designe: unica a non aver adottato il profilo “a scalino” (e sembra essere stata la scelta giusta). Torna anche Hamilton, ma dimostra di essere un pilota come tanti, ovvero competitivo solo se competitiva è la sua vettura, non in grado di fare davvero la differenza. Per la scuderia inglese, probabile che maggiori speranze di vittoria giungano da Button, autore, lo scorso anno, di un mondiale con i fiocchi. Le Mercedes, affidate al “pensionato” Schumacher ed allo sventurato Nico Rosberg, da sei anni in attesa di una macchina competitiva, volano in prova ma usurano troppo le gomme in gara, e si perdono. Niente male, per i loro standard, le Lotus motorizzate Renault, ma c’è voluto l’ex titolato Raikkonen, reduce da una fallimentare esperienza rallystica di due anni, per far sì che la squadra emergesse dopo una stagione da perdente. Col fiato corto Toro Rosso e Force India, meglio la Williams, e poi il baratro, sul fondo del quale tentano di stare a galla Catheram, Marussia Virgin e HRT. Francamente, ci sfugge il senso della loro esistenza. La HRT di Karthykeyan, con la sua lentezza, durante i doppiaggi in Malesia, ha compromesso la gara di Button e quella di Vettel, in una dimensione distante dalla vera Formula Uno, nella quale spicca la Catheram, comunque ad anni luce dalle concorrenti più esperte. Perché correre così? Quesito irrisolto. I nuovi team nemmeno servono a far crescere giovani talenti che, per altro, sembrano scarseggiare in modo preoccupante. Bruno Senna, Pastor Maldonado, Vitaly Petrov, tutti drivers con chiari limiti, eccezion fatta, forse, per la coppia Force India Paul di Resta e Nico Hulkenberg e per quella Sauber Kobayashi-Perez, ma da qui ad affermare che i quattro giovani possano essere futuri campioni ce ne passa. Insomma, tempi di crisi per uno sport molto costoso che nemmeno può consolarsi con le epiche gesta di qualche eroe leggendario. Difficile trovare anche un top driver che vada oltre la semplice bravura. Corre ancora l’ultimo guerriero, Michael Schumacher, dopo aver tradito la Ferrari per tre mesti anni alla Mercedes. L’uomo è discutibile, per scelte professionali e comportamento in pista, ma è l’ultimo ricordo dei tempi in cui si correva sul serio, senza bisogno di ricorrere a genialate poco agonistiche come DRS e KERS.

Carlo Baroni