La Foresta dei Dannati, di Johannes Roberts

09/11/2011

Il migliore dei peggiori. Il film che ha letteralmente spaccato in due i redattori che l’hanno visionato. Nella prima fazione chi sostiene, non senza coraggio, che il film esca dai canoni classici dello z-movie, e dunque meriti una medaglia al valore, nella seconda chi lo considera inguardabile e basta. La fazione più tollerante annovera un solo membro, e poiché si tratta dell’unico, vero ed inimitabile esperto di z-movie, riteniamo opportuno considerare il suo articolo in questa rubrica, anche perché a proporcelo è lo stesso scrivente (che simpaticone!).
Miranda Forest, dove non si sa e non importa. Alcuni liceali si addentrano incautamente fra le selve con quello che un tempo, forse, poteva definirsi un furgone. Il guasto ai freni è il minimo che possa capitare al povero residuato dei fricchettoni di Woodstock, e investire una donna che spunta dagli alberi, urlante, traumatizzata, scalza e in abito da sera, può sempre succedere. I giovani la soccorrono ed ella sussurra solo poche parole: “Non guardatele negli occhi”. I più ardimentosi, sprovvisti di telefono (ormai dovrebbero sottintendere che negli horror non c’è mai campo, nemmeno sotto un ripetitore),  si avventurano nel bosco in cerca di aiuto, ma sono destinati a scoprire cose che i loro occhi non avrebbero mai dovuto vedere…
Tanto per cominciare, si tratta di angeli caduti e non di vampiri, anche se si comportano come vampiri, e in questa pellicola è contenuta una delle migliori battute mai udite nei filmacci senza speranza. A pronunciarla è Tom Savini, una vecchia conoscenza per chi ama il genere, qui in versione psicotico ossessionato: “Potete immaginare cosa significhi vivere sapendo di aver già visto la cosa più bella della tua vita? Riuscite ad immaginare quanto sia inutile vivere sapendo che non vedrai mai più una bellezza del genere?”. L’ossessione e la dipendenza, i due binari su cui viaggia la fatica di Johannes Roberts, sexy e misticheggiante, girato malissimo, con incredibile scarsità di mezzi (dobbiamo pur dare atto alla seconda fazione dei cattivoni detrattori che, quanto a tecnica, “La foresta dei dannati”, da migliore dei peggiori, diventa l’irrecuperabile), eppure molto, molto lontano dai suoi più stretti parenti. Non lontano in bruttezza, intendiamoci, ma nel modo di trattare una tematica banale e ripetuta milioni di volte, così da renderla una patologica ricerca dell’assoluto, un caos di follia e desiderio, sotto un cielo impietoso che esilia le proprie creature, rendendole pazze e affamate. Ad impreziosirlo, il cameo dello scrittore inglese splatterpunk Shaun Hutson. Per apprezzarlo bisogna conoscere ma non troppo, esigere ma con indulgenza. Insomma, quando, nel bene o nel male (più probabile nel male), si dice un’opera per pochi.

Carlo Baroni