The Lost Future, di Mikael Salomon

20/11/2011

Sean Bean è davvero encomiabile. Dopo il successo che non ha ottenuto interpretando Boromir ne “Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’ Anello” di Peter Jackson, non ha mai smesso di credere nel suo lavoro, e l’impegno profuso nell’unico film importante della sua carriera lo reitera in qualunque altra pellicolaccia si degni di chiamarlo non come protagonista, ma come spalla, in questo caso, di una sparuta rappresentanza di ciò che resta del genere umano. Siamo in un futuro imprecisato, con bradipi giganti divenuti carnivori (in verità uno solo, nelle sequenze iniziali, poi, evidentemente, elaborare altri mostri al computer si è rivelato troppo faticoso in termini di tempo) e comparse con farina sulla faccia e sui capelli nel ruolo dei temibili mutanti. Questa è la conseguenza di ricerche scientifiche folli, non ci viene detto altro e basterebbe così, se il film avesse un senso. Gli ultimi uomini vivono in tribù isolate che non devono mai e poi mai sconfinare dal territorio, pena venire attaccate dai mutanti, ed è questa la prima volta nella storia del cinema che degli pseudo-zombi tengono ai patti. Durante una battuta di caccia, per l’appunto (ai danni del bradipo, la creatura più pacifica di questo mondo anche perché incapace di muoversi rapidamente, ma questo è un bradipo agilissimo e gigantesco), i più giovani escono dai limiti che sa il cielo chi ha stabilito, fomentando l’ira antropofaga dei mostri umanoidi, i quali attaccano il villaggio e costringono quasi tutti i suoi membri a rifugiarsi in una grotta, molto probabilmente un garage adattato alla bisogna con della cartapesta, data l’evidente struttura a parallelepipedo con ingresso quadrato del riparo. Toccherà a tre ardimentosi: il futuro capotribù, la sua bella e licenziosa consorte e uno fra i più giovani, ma capace di leggere, tentare la fuga prima con il poco nobile ma pur sempre utile intento di salvarsi le penne, poi, dopo il fatale incontro col rappresentante del vecchio mondo (Sean Bean), per salvare non solo la loro, bensì tutte le tribù umane superstiti, e non vi diciamo come, certi che non ve ne possa fregare di meno.
Al di là dell’inconcludenza assoluta che permea questo trascurabilissimo lavoro, continuiamo a domandarci chi guadagni qualcosa con pellicole di questo tipo, senza dubbio molto economiche, ma quasi sempre abbandonate a prendere polvere sugli scaffali delle videoteche. Speriamo che almeno Sean una cassa di Whisky, grazie al suo impegno, sia riuscito a portarsela a casa. Non sappiamo ancora se il futuro sia davvero perduto, ma quello degli altri attori di certo è segnato.

Carlo Baroni