Pontypool, di Bruce Mcdonald

03/12/2011

Lasciate che ve lo dica: siamo incazzati neri. Tutti i numerosi elementi che, muniti di solerzia e spirito di sacrificio, si occupano di questa rubrica lo sono. E lo affermiamo a mo’ di sentenza: non è eticamente accettabile girare un film come questo. Si tratta di un vero e proprio insulto al genere dark commerciale, del quale noi e solo noi siamo gli ispirati cantori. Patetico, fallimentare e catastrofico tentativo di horror intellettualistico e pacifista, Pontypool si svolge tutto all’interno di uno studio radiofonico, dove un vetusto ma carismatico speaker intrattiene la popolazione di una piccola comunità canadese. D’un tratto, l’orrore. Un orrore che non vediamo poichè, in realtà, stiamo ascoltando la radio. Un’idea tanto interessante quanto irritante: non serve ad aumentare la mia angoscia il fatto di non assistere alle crude immagini che vengono descritte: non ho a che fare con fatti reali, voglio solo divertirmi con un film dell’orrore di bassa caratura artistica e dunque devi mettermi al buio o farmi vedere tutto, non lasciarmi al sicuro in un bunker. Ovvio, scontato, da regole base di Scream, però il regista non lo intuisce. Il mio avatar si sente troppo protetto, non gode sadicamente della paura altrui. In definitiva, manca il fattore minaccia, manca pathos, tensione, manca tutto tranne la scelleratezza. Prima ancora che inizi il secondo tempo “anche la speme, ultima dea” fugge da questo film. Dopo la cronaca di una folla inferocita e cannibale che inneggia al nazismo, altre volte parla di sentimenti, altre ancora di cose quotidiane, senza interrompere le proprie barbarie, un medico in fuga raggiunge lo studio radiofonico e spiega ai rifugiati che “là fuori” non ci sono zombi o pazzi, ma persone infette. Dunque malate, ma di cosa? Di una malattia che si trasmette con le parole, e quindi la radio è la principale fonte della malattia. Da qui in poi, per chi voglia finire la pellicola a tutti i costi, si consiglia l’avanzamento veloce (almeno tre tacche). Parlare in francese non è un rischio, ma in inglese sì. Solo alcune parole propagano il contagio e non si sa quali siano, forse la questione è soggettiva. La salvezza sta nel togliere senso alle parole. Non è un film dell’orrore, è un film orribile, che tenta diverse vie, perfino quella più difficile, ovvero la via umoristica, senza arrivare mai ad un solo traguardo. La dimensione allegorica è scontata e qualunquista, le scelte stilistiche si limitano ai numerosi primi piani della faccia atterrita dello speaker. Con questo tremendo lavoro potremmo aver toccato il fondo, ma sappiamo che non sarà così.

Carlo Baroni