Hypnosis

11/12/2011

HYPNOSIS di Davide Tarantini e Simone Cerri Goldstein

Lo scrivente ricorda che, ai tempi dei suoi studi elementari, la maestra era solita tacciare di assoluta incapacità il somaro di turno con una formula che, oggi, senza dubbio aprirebbe dibattiti sociali forse non tutti fuori luogo: “sei talmente asino che non riesci neanche a copiare!” Lo scrivente ammette che, a sua limitata memoria, in almeno due casi il destinatario di tanto didattico disprezzo era lui, e difatti egli non è regista, non è sceneggiatore, non è attore e non è nemmeno critico. Presa coscienza di non essere in grado di copiare, cosa che, a dispetto di quel che credeva la maestra, richiede invece talento, meglio che il soggetto si dedichi ad attività che non ledano il prossimo nel suo gusto estetico, e allora ci domandiamo: perché gli italiani continuano nel tentativo di fare mistery, horror e thriller? A questo punto, si faccia di necessità virtù: sviluppiamo una cinematografia che sia simile a quella bulgara o ungherese: fin dalle origini monotematica, perché l’eclettismo o te lo puoi davvero permettere, ed è cosa di pochi individui come di pochi popoli, o è meglio che lo dimentichi, onde non incappare in tremende figuracce. Certo, lo si doveva capire fin da subito: un paese che innalza a genio un regista di modestissimo spessore come Dario Argento è un po’ come la Russia quando aveva solo la Uaz e la Trabant in veste di veicoli a motore: piuttosto che niente è meglio piuttosto. Tuttavia, noi non siamo dello spesso parere. Sosteniamo che sia sempre meglio il niente, pur non pretendendo il massimo, ma il decoroso, per lo meno, sì. Hypnosis non raggiunge neanche alla lunga l’accettabilità. Eravamo tentati di sospendere la visione dopo sei minuti e quattro secondi, ma, per amor dell’orrido, siamo andati fino in fondo. Saltiamo a piè pari la critica: è un film inguardabile, con una regia dilettantesca e una recitazione imbarazzante. Per il resto, segue i canoni statunitensi del genere con una goffaggine degna da corsa nei sacchi. Citiamo ora alcuni casi esteri. Russia: “I guardiani della notte”. Barocca, rocambolesca e folle divagazione sulla leggenda della Vergine di Bisanzio. Voto 8. Spagna: “The Others” e “La spina del diavolo”, capolavoro il primo, più che accettabile il secondo. Media dei voti: 7. Giappone: “The ring”. Non ha bisogno di prenotazioni: ha reinventato l’horror, voto 9. Sono tutti paesi che non si erano quasi mai cimentati nel genere dark prima di 20 anni fa. L’esempio della spagna ci fa riflettere: un popolo latino è in grado di fare horror. Ma non il nostro. C’è stato un tempo in cui, da una rubrica simile a questa, chiedevamo all’ Italia di aggiornare i propri giovani registi e di renderli più eclettici. Oggi, giorno 11 dicembre 2011, scriviamo questo articolo solo per dire che abbiamo perso le speranze. Chiediamo adesso all’Italia cinematografica di rinunciare, in via definitiva, a tutti i generi oscuri. Non siamo capaci, punto e basta. Questa è l’ultima volta che la nostra rubrica esaminerà un film horror, fantasy o thriller che provenga dall’Italia. Abbiamo tempo da perdere, ma con altra spazzatura.

Carlo Baroni