Troll Hunters, di Andrč Ovredal

30/12/2011

Una cosa va detta: lode ai norvegesi per il tentativo e il coraggio. Non è da tutti distribuire per il mondo un film-documentario sui troll, ma forse andrebbe rivalutato il “sense of humor” dei popoli nordici, ingiustamente accusati di freddezza e distacco (tratti comportamentali reperibili in un qualunque bar di Milano o Roma). Se per le strade di Norvegia, stando alle testimonianze fotografiche di un amico sulla cui parola scommetteremmo soldi, si possono trovare cartelli che avvisano gli automobilisti del passaggio di troll, allora non dobbiamo stupirci troppo di questo film, che l’estetica ci impone di mettere fra gli orribili, ma, dipendesse solo da noi, potrebbe anche finire fra i folli o i simpatici. Prima di tutto, cos’è un troll? Molti conoscono alcune caratteristiche di questa disgustosa creatura, le più note, come, per esempio, la sua incapacità di sopportare la luce del sole. I troll, tuttavia, diventano pietra, oppure esplodono, anche alle emanazioni luminose di lampade ultraviolette, quelle usate per i lettini solari. I troll sono mammiferi divisibili in due grandi categorie: troll dei boschi e troll di montagna. Quelli dei boschi sono più piccoli e possono avere dalle due alle quattro teste. Solo una è autentica, le altre sono propaggini che servono a spaventare predatori o troll nemici. Sono alti circa tre, quattro metri. I loro parenti montanari hanno una sola testa con relativo naso enorme da gibbone, e sono simili a rocce, per mimetizzarsi. I troll di montagna più grandi arrivano a raggiungere i cento metri di altezza per centinaia di tonnellate di peso. Sono molto aggressivi e territoriali, sono stupidi, mangiano qualunque cosa: dal cemento agli esseri umani, e vivono circa mille, mille e duecento anni. La gestazione dei cuccioli dura quindici anni e le femmine ne partoriscono soltanto uno. Ciò detto, la pellicola di Ovredal  inizia almeno cinque storie senza portarne a casa mezza, si contraddice in più punti mentre, in altri, è decisamente assurda. Il finale è davvero pessimo, nella peggiore tradizione dei film girati con telecamera a spalla, ma, volendo fingere per una sera che i troll esistano davvero, questo fanta-horror-documentaristico riesce ad essere perfino interessante. Peccato per i troppi e troppo gravi errori registici, per il pressapochismo con cui è stato girato e per quello spirito di rassegnazione che sembrava volesse far sottintendere anche agli attori: “tanto stiamo facendo una boiata.” Vero, ma bisogna credere anche in quelle. Anzi, soprattutto in quelle, se si vuole che funzionino. Una dose di “fancazzismo” latino in terra di Norvegia? Strano, ma tutto il mondo è paese, e i troll “sono dappertutto!!”

Carlo Baroni