Akira il grande

25/08/2008

Anche gli dei sono impotenti di fronte alla follia degli uomini, che cercano la sofferenza invece della gioia e continuano a ripetere sempre gli stessi errori (“Ran”)

Ci sono due cinema di Akira Kurosawa: quello in bianco e nero e quello a colori.

Di fronte al primo, vien da pensare che questo artista esiste solo senza colori, esprimendo il meglio di sé nelle varie tonalità del grigio. Di fronte al secondo, vien fatto di credere che prima della sua nascita il colore non esistesse, non solo sullo schermo, ma nemmeno nella realtà. Nell’uso di entrambi, comunque, Kurosawa è estremamente “giapponese”, attento più alla magia suscitata dalle luci che alla realtà (eventualmente) rappresentata. Già, perché c’è un luogo comune che ha sempre perseguitato il Maestro: il suo è un cinema poco orientale, più adatto all’Occidente, che infatti lo ama più di quanto non faccia il Sol Levante. Un luogo comune probabilmente nato dai successi ottenuti all’estero e, soprattutto, dalle ascendenze di certe sue pellicole: Shakespeare, innanzitutto, ma anche Hammett e Van Gogh. E per “Rashomon” e “Kagemusha” qualcuno ha tirato fuori Pirandello. E i richiami alla pittura tradizionale nazionale? E storie come quella de “La fortezza nascosta”? E’ vero che il personaggio di Sanjuro ha ispirato il pistolero senza nome di “Per un pugno di dollari” e da “I sette samurai” è stato tratto un altro celebre western, “I magnifici 7”, ma il ritmo delle pellicole di Kurosawa è tutto orientale, e nessun occidentale potrebbe realizzare film come “Dodes ‘ka- den”, “Dersu Uzala”, “Madadayo”. In “Rapsodia d’agosto” recita Richard Gere. Direste che Roland Joffé è un regista “orientale” perché in “Urla del silenzio” ha usato un attore cambogiano? Il punto è che Kurosawa è un genio, e il genio non conosce confini. Il Bardo può ispirare film giapponesi, e un giapponese può ispirare il cinema western.

Ma quali sono i fili conduttori del cinema di Akira il grande? A nostro avviso, due elementi che fanno da “fil rouge” tra tutte le sue opere sono il senso di fine di un’epoca, e la conseguente ricerca di un valore a cui aggrapparsi; e il senso di solitudine dell’uomo, e la conseguente ricerca di una qualsivoglia sintonia con qualche altro essere per non perdersi.

Un altro elemento dominante, non costante ma che torna comunque ciclicamente, è quello della follia, della finzione, dell’impossibilità di trovare la verità: un tema strettamente connesso a quello precedente, quasi come necessario corollario. Se infatti l’uomo non riesce a trovare qualcosa o qualcuno in cui credere e resta solo in un mondo ostile che va disfacendosi, non potrà che impazzire e non distinguere più i suoi  sogni e le sue bugie dalla realtà. Così l’universo umano di Kurosawa è fatto di angeli ubriachi, di samurai senza padrone, di guerrieri folli, di signori senza terra, di persone senza una casa alla quale tornare. Nelle immagini così sapientemente illuminate, controllate, simmetriche, si agitano piccoli buffi esseri insignificanti in preda al caos. Il baricentro è tutto nel quadro che appare sullo schermo, altrove vi è il dissolversi di ogni sicurezza, i bambini vengono abbandonati sotto la pioggia, sulla “Porta del demonio” (Rashomon).

Speranza? Solo i vecchi forse ce l’hanno, grazie alla loro saggezza; ma non è vera speranza, è piuttosto atarassia, un cinismo venato di simpatia verso i più deboli: sono come personaggi di Maugham giunti “alla rassegnazione attraverso un solido senso del ridicolo”. I vecchi piacciono a Kurosawa proprio per questo, e per la loro capacità di rapportarsi coi piccoli o con creature “insignificanti” come un cavallo; ma anche loro possono perdere la testa e guastarsi. Così come la natura può essere magica, ma anche ostile. Non c’è suo film, nemmeno il più sereno, nemmeno dotato di lieto fine, che non lasci un senso di amarezza e pessimismo. Oggi il samurai può anche sconfiggere il suo nemico, ma le armi da fuoco sono arrivate a contaminare i loro duelli e tutto un mondo scomparirà in preda al male.

Elena Aguzzi