Dolls

16/05/2008

Ennesimo capolavoro del regista di Hana-Bi che abbandona (quasi totalmente) il fuoco degli spari yakuza per indugiare sui fiori, compiendo un cammino sempre più estetizzante. Sembrerebbe un improvviso cambio di rotta, anche perché Kitano rinuncia sia al grottesco a cui ci aveva abituati che a figurare da protagonista, e realizza un film giapponesissimo nei ritmi e nello spirito, quasi a farsi scusare la concessione americana di “Brother”. Ma la mano è sempre la sua: personaggi estraniati dal mondo in una loro poetica, il procedere tra flash back e flash froward ora indugiando in lunghe inquadrature ora staccando in rapide omissioni, silenzi sull’Oceano, vette di lirismo e il motivo del viaggio che lega il tutto. Sono i due “vagabondi legati”  che percorrono il film, attraversando un Giappone splendidamente inquadrato nel corso delle stagioni con un cromatismo sublime, quasi fossero l’incarnazione delle tragiche marionette del prologo e sempre più simili alle marionette nell’abisso della loro metamorfosi. Nel loro cammino incrociano altre due storie di tragico amore, di colpa e sacrificio, ed intrecciandosi figurano ognuno come comparsa nei drammi degli altri. Kitano non riesce a rinunciare del tutto al personaggio dello yakuza e spiazza con un improvviso cambio narrativo spostandosi su un boss ormai in declino che ritrova, per un tempo breve, la donna che lo ha sempre aspettato portandogli ogni sabato il pasto sulla stessa panchina. Ha spesso il sapore di una favola triste “Dolls”, come le foglie cadute, come gli oggetti che, solo più tardi tra ricordi e scansioni temporali, acquistano un loro doloroso significato. Forse solo troppo lungamente compiaciuto nell’ultima parte, volutamente estenuante, sempre  più astratto. Ma va dritto al cuore.

Gabriella Aguzzi