War of the Arrows

22/03/2012

Titolo originale:  Choejongbyungki Hwal
Regia: Kim Han-min
Cast: Park Hae-il, Moon Chae-won, Ryoo Seong-ryong, Kim Mu-yeol, Lee Kyeong-yeong, Ryohei Otani, Kim Ku-taek
Produzione: Corea
Genere: Azione
Anno: 2011
Durata: 122
Voto: 7


Re Injo, sconfitto dai manciù nel 1627, nonostante l’apparente sottomissione nei confronti dei vincitori si era alleato segretamente con i Ming, considerati più affidabili dei “barbari” mancesi. Alquanto contrariati, i manciù, con un’armata di 120.000 uomini composta da jurchen, mongoli e cinesi, invasero una seconda volta la Corea nell’anno 1636. Questa ennesima e umiliante débacle della dinastia Joseon si tradusse nella presa in ostaggio del principe ereditario e dei suoi due fratelli, i quali furono rilasciati solamente all’instaurarsi della dinastia Qing, nonché nella deportazione di 500.000 coreani. Le devastazioni compiute dalle truppe mancesi in Corea non sono neanche lontanamente paragonabili a quelle perpetrate dai giapponesi durante l’invasione del 1592, e secondo gli storici gli episodi di saccheggio e violenza sembra siano da attribuirsi più che altro alle truppe mongole. Nonostante questo in “War of the Arrows”, in concorso al Korea Film Fest di Firenze, i “villain” tradizionali del dramma storico coreano, i perfidi e spietati nipponici, vengono sostituiti dai manciù, i quali non si fanno troppi problemi nel passare inermi contadini a fil di spada. Ai nemici viene perlomeno concesso l’onore delle armi, e i soldati mancesi sono raffigurati come leali e valorosi avversari, senza i tratti di crudeltà talvolta caricaturale che toccano in sorte ai giapponesi.
Per colmo di sventura, capita che l’invasione si verifichi proprio nel giorno delle nozze tra la bella Ja-in e Seo-gun, il ragazzo con il quale è cresciuta da quando il padre venne giustiziato per tradimento. I due innamorati vengono deportati verso la Manciuria e Nam-yi, fratello di Ja-in, si mette sulle loro tracce per strappare la sorella alla prigionia. Il punto è che lo stesso Nam-yi è braccato da un’unità di èlite guidata dall’implacabile Jushinta, disposto a tutto pur di eliminarlo. Si dà infatti il caso che Nam-yi, che sino a quel momento aveva condotto una vita da ubriacone dopo aver assistito all’esecuzione del padre, sia un arciere letale che semina il terrore tra le file degli invasori. Fedele ai dettami confuciani, intende tener fede alla promessa fatta al genitore: prendersi cura della sorella fino alla morte.
Il regista Kim Han-min, che finora aveva diretto il discreto thriller “Handphone” e il mistery “Paradise Murdered”, si lancia in un film d’azione che non ha pretese d’affresco storico, pur non essendo esente da un certo rigore filologico, visto che la maggior parte dei dialoghi sono in lingua manciù. “War of the Arrows” preferisce focalizzare l’attenzione su tre soli personaggi assumendone a paradigma il comportamento, mentre s’intravede in filigrana una visione della guerra come “rito di passaggio” che conduce a una forzata maturazione dell’individuo. Negli eventi drammatici che fanno seguito alla deportazione, non solo l’infallibile arciere darà un senso alla propria esistenza, ma persino l’imbranato Seo-gun, studente svogliato che non ha neanche superato gli esami di Stato, scoprirà in sé una forza e una determinazione che ignorava di possedere, incitando i prigionieri alla ribellione.
Malgrado la filosofica asserzione di Nam-yi, secondo cui il fine dell’arco non è quello di uccidere, in “War of the Arrows” c’è poco zen e molto tiro con l’arco. Le freccie scoccate compiono infatti le traiettorie più imprevedibili (miracoli della CGI) neanche fossero le pallottole flessibili del “Wanted” di Timur Bekmambetov, conficcandosi inevitabilmente nel collo di qualche sventurato manciù e conducendolo a prematura dipartita.
Kim Han-min si sbizzarrisce con vertiginosi carrelli, camera a mano e soggettive ansiogene, in una corsa forsennata tra boschi, gole rocciose e praterie, per approdare infine a una pianura spazzata dal vento, dove nascondersi è impossibile. Ma la medaglia d’oro andrebbe assegnata ai montatori Kim Chang-ju e Steve Choi, che costruiscono sapientemente ogni sequenza con un numero impressionante di tagli di montaggio, mantenendo sempre la tensione a livelli elevatissimi. Non mancano momenti meno felici in cui la macchina s’ingolfa, come il salvataggio di Ja-in dall’accampamento del principe Dorgon, cosa che non ha impedito a “War of the Arrows” di piazzarsi al primo posto negli incassi sorpassando “Sunny” di Kang Hyoung-chul.
Straordinario nel suo misto di nervosa vulnerabilità unita a lampi di crudeltà, Park Hae-il (Memories of Murder, The Host) è stato giustamente premiato assieme a Moon Chae-won (Ja-in) sia ai Daejong Film Awards che ai Blue Dragon Film Awards, così come rimarchevole per carisma è il Jushinta di Ryoo Seong-ryong (The Front Line, Blades of Blood). Meno giustificati appaiono invece i riconoscimenti ricevuti per le innovazioni tecniche, non particolarmente folgoranti.

Nicola Picchi