Our Sunhi

22/03/2014

Titolo originale: Uri Seonhui
Regia: Hong Sang-soo
Cast: Jung Yoo-mi, Kim Sang-joong, Lee Sun-kyun, Jung Jae-young, Lee Min-woo
Produzione: Corea
Genere: Commedia
Anno: 2013
Durata: 88
Voto: 6

Ritorna il cinema lieve e ombelicale di Hong Sang-soo, utile per lo più a solleticare il narcisismo delle giurie festivaliere, che infatti lo hanno premiato con un Pardo d’Argento alla regia all’ultimo Festival di Locarno, si suppone sedotte dai numerosi zoom “ex-abrupto”, che nelle intenzioni di Hong dovrebbero essere l’equivalente visivo del “dig deep”, ripetuto come una mantra dai protagonisti di “Our Sunhi”. Di intelligenza e ironia, infatti, si può anche morire, soprattutto se abbinate all’ossessiva ripetizione di temi e personaggi. “Questa canzone l’ho già sentita”, esclama l’ex fidanzato di Sunhi al Caffè “Arirang”, ascoltando il melanconico motivetto-tormentone del film. Il medesimo commento potrebbe essere espresso dagli spettatori, che arrivati al 15° lungometraggio del più francofilo dei registi coreani, sono legittimati ad alzare bandiera bianca.
Dopo “In Another Country” (2012) e “Nobody’s Daughter Haewon” (2013), Hong mette al centro del suo film un’altra figura femminile. Sunhi, la quale si è appena laureata ad una Scuola di Cinema (e dove altro?), intende seguire un corso di perfezionamento negli Stati Uniti, e si rivolge al suo antico professore per farsi scrivere una lettera di presentazione. Nel frattempo incontra il suo ex fidanzato Munsu, un regista (e che altro?) che ha appena messo in scena la loro relazione nel suo primo film, rigorosamente autofinanziato, e il suo amico regista Jae-hak. Munsu non accetta la fine del loro rapporto, ma anche il prof. Choi e Jae-hak sono sensibili al suo fascino. Tutti e tre sono infatuati di Sunhi, ma la ragazza rimane elusiva e inafferrabile.
Con pacatezza minimalista, Hong elabora infinite variazioni sullo stesso tema, come un Philip Glass cresciuto a kimchi e “Nouvelle Vague”. Vista la sua predilezione per la cultura francese, il regista potrebbe essere membro onorario dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, per affinità elettiva. Non solo per i suoi “Esercizi di stile” alla Queneau, ma anche per l’aderenza ai suoi canoni, che subordinano la creazione artistica a dei vincoli autoimposti. Il vincolo di Hong, in questo caso, è usare solo lo zoom, ma del resto se Georges Perec scrisse “La disparition” senza utilizzare la vocale “e”, non si vede perché Hong non possa fare un film senza usare un solo movimento di macchina. Forse, però, qualcuno dovrebbe avvisarlo che i suoi riferimenti non costituiscono una travolgente novità, e che Rohmer e Resnais non sono più tra noi.
Nel “ménage à quatre” del tutto virtuale di Hong Sang-soo, i tre protagonisti cercano di delineare l’essenza di Sunhi, ognuno di loro cerca di possederla idealmente intrappolandola  negli angusti confini di una definizione, e tutti proiettano il loro desiderio su un’assenza. Per Munsu è l’ex fidanzata di cui è ancora innamorato, per Jae-hak è un’amica intima, suscettibile di poter diventare qualcosa di più, per Choi è una studentessa troppo riservata, introversa, insicura e allergica al lavoro di gruppo. L’evanescente Sunhi però non si riconosce nel ritratto che ha fatto di lei il suo professore, e lo invita a pranzo per fargli rettificare la lettera di presentazione. E’ solo uno dei numerosi pranzi a base di sandwich di pollo, accompagnati da abbondanti bevute di soju, che costellano “Our Sunhi”. Il tavolino di un Caffè è il luogo deputato dove sciorinare inquietudini esistenziali, abbozzare legami sentimentali, chiudere relazioni, tirare in ballo le proprie problematiche e, naturalmente, discorrere di cinema. E il fatto che quei Caffè si chiamino “Arirang” e “Gondry” la dice lunga sull’autoindulgenza del regista, sempre pronto a provocare una reazione pavloviana nel cinefilo d’ordinanza, mediante la solita, complice strizzatina d’occhio. Se si riesce a sopportare l’irritante autoreferenzialità, magari si potrà anche apprezzare la garbata leggerezza dell’insieme, e il finale surreale in cui Munsu, Choi e Jae-haek si ritrovano, ognuno all’insaputa dell’altro, al parco del Palazzo Changgyeonggung per incontrare Sunhi, nonchè le eccellenti prove degli attori, dai soliti Jung Yoo-mi, Kim Sang-joong e Lee Sun-kyun fino al sommo Jung Jae-young, che si affaccia per la prima volta in un film del regista. Il problema è che la decantata levità di Hong Sang-soo, è ormai il marchio di fabbrica di un cineasta inchiodato alle proprie ossessioni che, per quanto commendevoli, hanno iniziato a tediare.

Nicola Picchi