Gangster movies

01/01/2008

Se il genere gangster è quello in cui nell’ultimo decennio la cinematografia dell’Estremo Oriente sembra esprimersi maggiormente (ma sta emergendo anche la commedia come avremo modo di esaminare nei capitoli futuri) sono sostanziali le differenze tra Cinema Gangster di Hong Kong e Cinema Gangster Coreano così come lo sono le culture che lo ispirano. La vetrina che offre a noi, pubblico occidentale, i maggiori termini di paragone è il Far East Film di Udine che anche quest’anno ha presentato un ampio ventaglio di novità sul genere.
Se dunque il Cinema hongkonghese è più estetizzante e stilisticamente sofisticato e affonda le sue radici in un mondo di triadi e di infiltrati, puntando il faro sul mondo poliziesco contrapposto alle mafie imperanti e anch’esso corrotto, il Cinema Coreano guarda all’interno del mondo gangster in sé, ai suoi sentimenti e conflitti interiori, ad una piccola umanità pervasa da tradimenti tra consanguinei e dal senso dell’onore. “Sei un gangster?” è la domanda ricorrente quando incontri un individuo che si distingue per il suo fare spavaldo o le spalle tatuate. Poiché essere gangster fa parte del vivere comune, un vivere ingabbiato però da regole ferree, prima fra tutte la devozione incondizionata per il boss, a cui sacrificare vincoli d’amicizia e la vita stessa. Un vivere fortificato da piccole sicurezze al cui interno si affaccia l’anelito a un’esistenza “normale”, il malessere di uccidere, la fatica di guardarsi, i regolamenti di conti a colpi di pugnale secondo un codice inesorabile seguendo l’antica tradizione, la caducità di una salita al termine della quale attende ineluttabile la discesa.

Se i due esempi più belli di questi ultimi anni restano “Friend” di Kwant Kyunk-taek e “A Bittersweet Life” di Kim Ji-woon (arrivato sui nostri schermi come una meteora l’estate scorsa, ma fortunatamente recuperabile in DVD), anche tra i film presentati a Udine quest’anno tutto ciò è evidenziato in tono particolarmente sentito. Come in “A dirty Carnival” (“Biyeolhan geori”) di Yoo Ha, paragonato allo scorsesiano “Mean Streets” per il clima di piccola delinquenza che vi si respira, al quale aggiunge un’impennata in più di originalità il tradimento dell’amico regista che carpisce i segreti più intimi del gangster protagonista, in un momento di debolezza e d’abbandono, allo scopo di farne un film. Una storia efficace, se non trascinasse troppe lungaggini nel capitolo sentimentale.
Abbonda di trovate originali, fino a mostrare la forzatura, “Righteous Ties” (“Georukhan gyebo”) di Jang Jin, specializzato nel “comic noir”. Ma dove altre volte sapeva fondere i due generi nella mistura del black humor, qui il regista coreano si fa più discontinuo limitandosi ad alternare in modo quasi stridente trovate drammatiche a trovate umoristiche, originalità e convenzione. E, dopo un primo atto quasi parodistico del genere carcerario, termina nel conflitto tra fratelli di sangue e vendette compiute sotto la pioggia battente.
Gioca su repentini cambi di registro, dai momenti parodistici alla brutalità degli omicidi passando per il melodramma, anche il film che si è aggiudicato il Premio del Pubblico 2007 “No mercy for the rude” (“Yeui-eomneun geotdeul”) dell’esordiente Park Chul-hee, storia di un killer muto che uccide con stile chi stile non ha e attorno a cui ruota tutta un’umanità alla deriva in un ambiente spoglio fatto di silenzio e solitudine.
Completa la tetralogia gangster coreana presentata a Udine “Cruel Winter Blues” (“Yeolhyeol-nama”) di Lee Jung-bum, ruvido e poetico incontro tra un piccolo gangster e la madre dell’uomo che deve uccidere. In uno splendido e quasi deserto paesaggio rurale di forte suggestione domina la prova attoriale dei due protagonisti (Sul Kyoung-gu è l’apprezzato interprete di “Nemico Pubblico”) che nella loro solitudine instaurano uno scontroso rapporto di sostituzione familiare destinato alla tragedia.
E sempre, in ogni film gangster, aleggia la malinconia del declino, l’infelicità di un microcosmo potente ma decadente condannato dalle sue stesse regole, dominato dalla vendetta, pervaso dal grigiore di una pioggia che stempera odio e sangue e tutto lava per dimenticare. Perché i gangster sono, in tutta la tradizione noir, gli ultimi tristi eroi.

Gabriella Aguzzi