Legend of the Fist: The Return of Chen Zhen

13/10/2010

Titolo originale: Jingwu fengyun: Chen Zhen
Regia: Andrew Lau
Cast: Donnie Yen, Shu Qi, Anthony Wong, Huang Bo, Kohata Ryuichi, Huo Si-yan, Shawn Yu
Produzione: Cina, Hong Kong
Genere: Azione
Anno: 2010
Durata: 104
Voto: 6


In “Legend of the Fist: The Return of Chen Zhen” si assiste all’ennesima incarnazione cinematografica del personaggio di Chen Zhen, nato dalla penna dello scrittore hongkonghese Ni Kuang e già portato sullo schermo da Bruce Lee in “Dalla Cina con furore/Fist of Fury” (1972), da Jet Li in “Fist of Legend” (1994) di Gordon Chan, e dallo stesso Donnie Yen nella serie televisiva “Fist of Fury” (1995). Questa nuova versione, diretta da Andrew Lau dopo l’infelice parentesi americana e il vacuo “Look for a Star”, è ambientata sette anni dopo gli eventi narrati in “Fist of Fury”. Dopo un prologo che si svolge nella Francia del 1917, in cui un indiavolato Donnie Yen elimina coreograficamente un buon numero di soldati tedeschi, ci ritroviamo nella Shanghai del 1925. Chen Zhen, il quale ha assunto l’identità del suo defunto commilitone Qin Tiansheng, è comproprietario nonché pianista occasionale del nightclub “Casablanca”, gestito dall’influente Liu Yutian. E’ il periodo dei signori della guerra, e i giapponesi tramano per mettere l’uno contro l’altro i generali Zeng e Zhuo, in modo da far scoppiare una guerra che agevoli l’imminente invasione della Cina. Chen Zhen, nelle vesti di vendicatore mascherato, riesce a sventare i loro piani, ma il capo dell’intelligence giapponese diffonde una lista di cento persone condannate a morte, sperando di far uscire Chen Zhen allo scoperto.
Tredici anni dopo l’handover, sembra che il futuro del cinema di Hong Kong risieda nelle coproduzioni con la Cina, cosa che, tranne eccezioni come la Milkyway di Johnnie To, Soi Cheang o Pang Ho-cheung, ha portato ad una certa normalizzazione dei contenuti e a sottili forme di censura. Il fenomeno è maggiormente evidente nel noir, ma ravvisabile anche in altri generi. In questo caso il personaggio di Chen Zhen, icona del cinema di arti marziali, viene resuscitato, trasformato in presunta icona della resistenza e inserito in un genere, il thriller spionistico, che in Cina sembra andare per la maggiore. Le numerose pellicole ambientate durante la seconda guerra sino-giapponese (The Message, East Wind Rain, Ip Man, Death and Life in Changde) apparse negli ultimi anni, volte a celebrare l’eroica resistenza del popolo cinese contro l’oppressore nipponico, sono intrise di un marcato nazionalismo, e il film di Andrew Lau non fa eccezione alla regola. Con il suo Chen Zhen la Cina trova addirittura una sorta di supereroe mascherato, inquadrato dal basso mentre sorveglia la città dai tetti degli edifici come fosse Batman, il quale non solo raddrizza i torti subiti, ma, riecheggiando il film con Bruce Lee, dichiara orgogliosamente che i cinesi non sono “the sick men of Asia”.
Numerosi i riferimenti all’originale “Fist of Fury”, compresi una rivelazione che coinvolge il perfido Colonnello giapponese e lo scontro finale nel dojo tra i due antagonisti, ma non tutto convince in questo indiscriminato calderone di generi. La Shanghai dipinta da Lau è come la Casablanca di Michael Curtiz, un crocevia di espatriati, partigiani, spie e assassini, il cui fulcro è il nightclub, che non a caso si chiama proprio “Casablanca”, gestito da Liu Yutian. Il “Casablanca”, come il “Rick’s Cafe Americain”, è un microcosmo, e stella del locale è la cantante Kiki, la quale non solo gorgheggia la “Carmen” in cinese, ma ha un debole per Chen Zhen, il quale la sospetta di essere un’agente al servizio dei giapponesi. Fin qui tutto bene, se non fosse che col progredire della trama si nota che nel film convivono due anime inconciliabili, una di crudo realismo, soprattutto nella descrizione delle atrocità dei giapponesi e nella resa di un clima di guerra imminente, e una di totale artificiosità quando irrompe in scena il giustiziere mascherato con le sue acrobatiche evoluzioni. Lo scarto, nonostante l’indubbia professionalità del regista, si dimostra impossibile da governare, lasciando languire “Legend of the Fist” nel limbo delle promesse non mantenute.
Ottimo cast di contorno, tra cui un Anthony Wong mai così sornione e l’impagabile Huang Bo (Cow), mentre Donnie Yen, nonostante i baffetti alla Clark Gable, appare più unidimensionale del consueto. La sua recitazione rafforza Chen Zhen in quanto simbolo ma lo sminuisce come personaggio, per tacer del fatto che la chimica con la pur brava Shu Qi è tragicamente prossima allo zero. Ottime le coreografie delle scene d’azione (di Donnie Yen), mentre le scenografie di Eric Lam, la fotografia di Ng Man-ching e Lau e i costumi di Dora Ng restituiscono adeguatamente il sapore degli opulenti anni ’20. Con la medesima ambientazione, si consiglia il recente “Shanghai” di Michael Håfström che, pur nella sua robusta convenzionalità, sfodera un cast di tutto rispetto come Chow Yun Fat, Gong Li e Ken Watanabe.

Nicola Picchi