Il male al tramonto

18/07/2008

“Quei giorni sono lontani, ormai, e le gesta dei miei antenati sono storie da narrare.” (Bram Stoker, Dracula)


Il principe valacco Vlad Tepes (il Dragone o l’Impalatore), la contessa ungherese Erzsebeth Bathory (la Belva di Csejthe), l’emiro sudanese Vathek (l’ Immortale), personaggi consegnati al mito, romanzati, eppure sempre, tetramente reali. I loro crimini furono terribili, le loro nefandezze infinite, ma nessuno riesce a dimenticarli, ed anzi fornirono materia interminabile a romanzieri e visionari, tutti infettati dal sangue che scorreva nelle vene dei suddetti mostri, uomini e donne lontani dai caratteri Roussoeiani divenuti malvagi perché incompresi, rigettati dalla società, in una parola: dall’illusione che il cattivo possa avere giustificazioni. Parliamo di creature immonde, altolocate e molto potenti. Ma fra le storie d’amore o di negromanzia, dietro viaggiatori nel tempo memori della loro perduta principessa o tenebrosi stregoni ci sono altri motivi a sostenere il lugubre fascino del male. Vlad Tepes deve la sua fama all’irlandese Abraham “Bram” Stoker, che lo scelse, fra tanti, per diventare il portavoce di un mondo ormai al crepuscolo. Che la nobiltà latifondista sia stata da sempre guardata con estremo sospetto è indubitabile: da una parte i ceti meno abbienti, vittime di angherie documentate, e dall’altra i “nuovi ricchi”, imprenditori e commercianti borghesi, hanno alimentato le fiamme infere nelle quali sono avvolti  gli esponenti di una passata (e discutibile) gloria. Tutti conoscono parte delle gesta di Vlad “Drakulia”, terrore della Valacchia, nemico implacabile del sultano turco Murrad IV, governante senza pietà, torturatore di traditori e messaggeri, scorticatore di adultere, cannibale, prima servitore della Chiesa e poi grande ricercato della Santa Inquisizione, che solo grazie all’aiuto degli ungheresi e della casata dei Danesti, messi al bando dalla piccola regione Rumena, riuscì a sconfiggere ciò che restava del suo esercito e a bruciare il cadavere dell’odiato Impalatore sul campo di battaglia (anche se alcuni sostengono che sia stato solo fatto a pezzi, per la gioia del timoroso fratello Radu il Bello, fantoccio dei Danesti e futuro reggente valacco sotto l’attenta sorveglianza degli ungheresi), ma Stoker si disinteressò delle cronache e diede vita ad una leggenda tardo-romantica fra le più belle e tragiche. E anche se, in realtà, Vlad fece la fine che meritava, ovvero quella di un cane rabbioso, Dracula è ancora più che mai vivo nel nostro immaginario. Dunque la domanda da porci è complessa: perché abbiamo bisogno del Male? Guglielmo da Baskerville, nello straordinario romanzo di Umberto Eco, “Il nome della Rosa”, diceva al suo apprendista: “Mio caro Adso, la sola prova certa dell’esistenza del diavolo è la nostra volontà di vederlo al’opera.” Inutile negarlo, il buio è dentro ognuno di noi, e tutta la vita è forse l’arduo tentativo di sconfiggerlo, di relegarlo nell’inferno del subconscio. Ma per quale ragione un vampiro, bisognoso di notte, della terra in cui è nato, di sangue, decide di abbandonare la sua dimora transilvana per invadere Londra? Certo, si tratta di una scelta quantomeno strana e pericolosa. Poteva starsene ad alimentare superstizioni nel suo paese, a terrorizzare contadini e vergini, e invece sceglie proprio il centro del progresso. Voglia di cambiare “cucina”? Desiderio di assistere ad una proiezione nel cinematografo? Pensiamo alla classe dirigente, sorta dopo il declino della nobiltà. Difetta di cultura e di eleganza, ma compensa con una straordinaria versatilità di intelletto. Si tratta di uomini concreti, furbi, abili ed eclettici. Se vengono affiancati dal loro paladino Abraham Van Helsing, che oltre al pragmatismo combatte con la spada della sapienza, non è difficile comprendere che Vlad perderà la guerra, uscirà sconfitto ancora una volta. Il professore si allea subito con esponenti del ceto medio, e innalza un fortilizio inespugnabile. Troppo antico, il malinconico principe, troppo inadatto al cambiamento, sensibile alla luce del sole come a quella delle nuove lampade a gas, troppo legato ai suoi avi e alla polvere sotto la quale riposano. E’ un vecchio guerriero trafitto da un tempo che non comprende più, disarcionato dai meccanismi della modernità. Poteva restare nelle lande remote dove ancora “i demoni camminano con piedi umani” (da diario di Jonathan Archer), ma sarebbe stato soltanto una favola nera da raccontare ai bambini capricciosi, o attorno al fuoco, in una notte di tempesta. Dracula aveva compreso che, per diventare leggenda, doveva morire, doveva immolarsi sull’altare di un’ era perduta, trafitto dalla spada dell’industria e della luce sintetica, donando a se stesso l’unica, possibile vita eterna, e ad un mondo ancora inesperto e arido la tenebra di un romanzo imperituro, una paura ed un fascino che nel frastuono della “macchinologia” non avrebbe mai saputo provare. La borghesia avrebbe trovato i suoi personali incubi in Edgar Allan Poe e in Howard Philips Lovecraft, i veri Van Helsing, i geni che hanno trafitto il vampiro in via definitiva, molti anni dopo. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Carlo Baroni