Le Case dei Dannati

01/07/2008

Gli umani, come tutti gli esseri dotati di scarse difese naturali, avvertono l’istintivo bisogno di trovare al più presto, e non solo provvisoriamente, un rifugio sicuro entro cui nascondersi dalle avversità. E’ un bisogno primario, pari a quello del nutrimento e del sesso, dettato da un’indole timorosa e dalla congenita fragilità del nostro corpo. La grotta, poi la capanna, poi la casa, assunsero così la stessa valenza che ha un guscio vuoto per un paguro. La conchiglia presa a prestito deve non solo garantirci protezione, ma anche mettere in risalto le caratteristiche di chi la possiede. C’è chi si rilassa solo negli spazi grandi, perché può avere ogni angolo della dimora sotto controllo e chi, invece, nel medesimo ambiente prova un forte disagio, trovandolo troppo dispersivo. Insomma, privi di artigli, di zanne, di corazze o di esoscheletri, inadatti ad ogni tipo di clima, lenti, deboli e intorpiditi nei sensi, senza la nostra casetta saremmo condannati a morte in un tempo incredibilmente breve. Da qui una delle paura più antiche del nostro corredo cromosomico, o delle memorie che conserviamo: e se questo luogo sicuro, se questo rifugio sintetico dovesse venire invaso da un’entità ostile? Sarebbe la fine. Ecco allora una lunghissima tradizione letteraria e cinematografica horror concentrata sulla possibilità che il guscio diventi un riparo anche per dei parassiti indesiderati come fantasmi, ombre, vampiri, mostri, psicopatici, licantropi, sadici. E’ di un anno fa l’ultima fatica narrativa di Stephen King: “Rose Red” ricettacolo di ovvietà macabre ed orrorifiche di serie B (e tutti i lavori di King sono contenitori per cose spaventose messe a casaccio ma che da sempre vendono) senza un minimo di coerenza e con un finale davvero migliorabile. Ma sarebbe quasi impossibile elencare tutti le pellicole dedicate alle dimore maledette, o rese tali da chi le occupa. Ricordiamo “Non aprite quella porta” (1973) di Tob Hooper, macabro, quasi intollerabile capolavoro del genere dove, in questa circostanza, la situazione pare ribaltata. E’ l’elemento estraneo ad essere indifeso e ad entrare in un guscio infetto. L’orrore è già nella casa, pronto ad attendere il malcapitato peregrino in cerca di ristoro. Quella di Hooper è una porta che inganna. La minaccia è sia esterna che interna, dunque i malcapitati ragazzi in gita non hanno letteralmente alcuna via d’uscita. Che si rifugino o che restino nascosti, verranno comunque uccisi. Basato su una storia vera, “Non aprite quella porta” venne riportato sugli schermi nel 2003 con un discreto remake. Si salva solo una ragazza, e per farlo è costretta ad abbandonare sia l’esterno che l’interno, ovvero tornando a fuggire sulla strada, dove esiste un movimento e la possibilità di confondersi. Le valenze mimetiche e rilassanti dell’elemento –strada- sono note agli studiosi del comportamento umano. Wes Craven firmò uno dei film semi-seri più noti su questo argomento: “La casa nera”. Anche qui l’orrore si trova all’interno, ma è pluristratificato. Esiste la dimora dei due fratelli incestuosi, ed esistono le intercapedini della casa, dove sono relegati i figli deformi della coppia, quasi una dimensione sospesa abitabile soltanto da reietti. La paura dell’assedio, invece, è ben resa da “Scream”, sempre di Craven, e trova l’apogeo ne “La notte dei morti viventi” di Romero.
Per l’uomo moderno il pericolo si fa sempre meno fisico e sempre più psicologico. Ecco allora “L’inquilino del terzo piano” di Roman Polansky, nel quale la casa è veicolo di una infezione emotiva. Chi la abita sente l’influenza di chi l’aveva abitata prima di lui. E’ noto che gli oggetti in nostro possesso finiscono, in qualche modo, per assomigliarci, impregnandosi degli umori, delle paure o delle patologie di cui li abbiamo caricati nel corso della vita. Menzionabile anche “Entity” di Charles Beinstern e, naturalmente, “Dopo la vita” di John Hough (1973), remake de “Gli invasati” di Robert Wise (1963), a sua volta rivisitato da Jan De Bont con il recente “Haunting Presenze”.
E’, il nostro, lo stesso problema del piccolo crostaceo costretto a procurarsi una conchiglia non sapendone produrre una dal proprio corpo. Dal momento che la casa non ci appartiene organicamente, ma pure ci è indispensabile, potrebbe divenire utile anche ad altri non sempre benintenzionati, e senza corazza ci sentiamo davvero tutti alla deriva.                    

Carlo Baroni