Ultimo Canto dei Lupi

07/04/2010

(dedicato a Full, coraggioso, fedele e indimenticabile amico negli anni dell’infanzia)


Siamo sinceramente preoccupati. Noi fanatici di horror poco raffinato e seguaci di Van Helsing non possiamo non preoccuparci per il modo indiscriminato in cui il vampirismo stia dilagando, nella nostra società, a discapito di tutte quelle forme mostruose classiche e non meno degne di rispetto come zombi e lupi mannari. Di zombi se ne incontrano, ogni tanto, ma i lupi chi li ha più visti? Lupi seri, si intende. Certo, cercando bene si trovano, ma hanno perso il pelo e pure il vizio, tanto che, ormai, sono più barboncini che belve feroci. Al loro confronto, le “teste morte” barcollanti imperversano, evitando lo scontro diretto con gli invincibili, misteriosamente amati ematofagi. L’elegante e lo splatter funzionano, la via di mezzo non più, e non aiuta di sicuro Wes Craven, complice la sua tediosa ironia grossolana, a riportare il genere in auge con il suo ultimo, intollerabile lavoro sugli zannuti bipedi o quasi (non citiamo nemmeno il titolo, e lo facciamo apposta, tiè!). Ci rendiamo ben conto che il fascino dei vampiri è difficilmente imitabile, e che tanti sono ansiosi di ricorrere al fazzoletto fra le epiche gesta d’amore assoluto di Dracula (tanto assoluto da giustificare una scia di sangue) e le velleità crepuscolari estetizzanti di Twilight o di Anne Rice. Non perdoneremo mai al filosofo metafisico di aver provato pietà per Vlad Tepes versione romantico eroe d’amor perduto e continueremo a cercare i lupi, che vivono nei bassifondi, adesso, e tirano avanti fra pregiudizi e disprezzo, certo poco adatti a gioielli da antiquariato esoterico e abiti scuri sartoriali alla Merilyn Manson, è vero, ma forse più autentici delle “sanguisughe”, almeno a livello allegorico. Chi scrive guida molto e, anni fa, durante una di quelle pause al caffè e gasolio trovò, per puro caso, in un autogrill, uno dei licantropi più affascinanti che avesse mai visto. Aveva la forma di fumetto e giaceva, obliato e gualcito, fra vecchie riviste e giornali in uno scomparto vicino alla cassa. Si Chiamava “Fullmoon”, e forse era l’unico numero di una serie perduta nel tempo. Dopo vane ricerche, si dovette concludere che quel fumetto, finito per un gioco del destino in mani che potessero apprezzarlo, era un cimelio reso friabile dal passare delle epoche. Più tardi, nei cesti dei grandi magazzini, lo scrivente strappò al fato avverso “The beasts”, di Joe Dante, del 1980, con la prima trasformazione in lupo senza montaggio e in presa diretta. Una “bestia rara” per gli appassionati. I cani, i più emotivi fra gli animali, le uniche creature capaci di provare una forma di amore senza confini (questo da studi scientifici, non è una nostra personale opinione) , sono anche (e follemente) i più citati negli insulti (bastardo, figlio di un cane, ma forse elencarli tutti è superfluo), e sono esseri del tutto satelliti all’uomo: non hanno un habitat, non hanno prede, non hanno molte capacità di adattamento, eppure il loro spazio è ormai quello della metropoli, accanto agli umani spesso ingrati, figli di nobile progenie ma troppo legati alla nostra specie da un vincolo millenario per poter tornare ai parenti selvatici dei primordi. Eppure, proprio la figura del licantropo, storicamente molto più antica di quella del vampiro, crea il legame indissolubile, simbolico e non, fra la stirpe di Adamo e i suoi più fedeli alleati. Proprio perché molti cani imparano quasi a priori il concetto di civiltà, noi vediamo in loro qualcosa che abbiamo perduto, mentre loro, lupi umanizzati, vedono in noi un’evoluzione irresistibile. Sembra quasi un gioco di invidie che si traduce in eterno amore: l’intelligenza suprema di fronte alla libertà, la ribellione che ammira il controllo. Come accade con tutti i nostri animaletti, il legame uomo-cane si traduce in uno scambio. “Somiglia al padrone” è una delle espressioni benevolmente attribuite più spesso ai canidi di qualunque razza, e nei fumetti degli anni sessanta ricorreva l’abitudine di associare l’aspetto dell’umano e quello del proprio compagno a quattro zampe. Se tanta amicizia corre fra noi e loro è perché ci assomigliamo, non c’è dubbio, e forse desideriamo, più o meno, le stesse cose. Zampe che diventano mani, con effetto “morfing” o in digitale, e mani che non hanno mai perso la tentazione di tornare ad essere zampe. E poi il plenilunio, quel magico mondo onirico che appartiene solo a Diana e ai suoi discepoli, e quell’ululato, che dalle nostre corde vocali sgorga tanto simile a quello dei lupi da permetterci di avvicinarne un branco, di entrare addirittura a farne parte, come tentarono con successo alcuni studiosi. Leggende medievali incolpano i lupi dell’assassinio di molti uomini, e sono menzogne: i lupi non attaccano mai gli umani, ne hanno paura, eppure ne sono attratti. Chi ha avuto il privilegio di guardare negli occhi un lupo in libertà sa bene cosa significhi non poter resistere alla tentazione di continuare a guardare, anche di fronte al pericolo, e questo vale per entrambe le parti. Ci capiamo e il legame è istintivo, così come la voglia di libertà, tanto intellettualmente concettualizzata quanto più autentica se priva di legami culturali. Perché tutti i mannari di Fullmoon si suicidino è spiegato perfettamente in “The Beasts”, con il solito psicologo che, elegante e fascinoso, ricorda come ognuno di noi non possa gettare al vento le proprie origini. La civiltà chiede un prezzo altissimo, e pagarlo significa rinunciare alla propria natura. Un giusto prezzo, è ovvio, ma il guaio è che non tutti riescono a tener fede alla somma pattuita. Se esiste un film che davvero insulta il genere licantropico, quello è “Un lupo mannaro americano a Londra”, e mai retaggio storico fu così imbastardito. Il film è discreto, con trovate umoristiche notevoli, ma è offensivo per tutti gli amanti dei lupi. Non c’è niente, nella pellicola di John Landis, che ricordi davvero il mito, anzi, si finisce col ridicolizzare una tradizione, gesto, nel migliore dei casi, di poca classe. Il destino “tutto puote”, e assegnò al commerciale “Licantropia” il compito, assai arduo, di riesumare un genere. Ci riuscì, anche se la trilogia è artisticamente assai scarsa, con pochissimi passaggi degni di nota, ma lode alla fedeltà verso una creatura che popola da sempre le nostre tentazioni. Il colpo di grazia ai mannari arriva, però, dal giovanilistico “Underworld”, che ha il coraggio di raffrontarli ai vampiri e di riprodurre la loro sconfitta. Altra trilogia di modesto rilievo, ma sintomatica. E’ la triste (per alcuni) verità, l’horror ha fatto la sua scelta, la società pure, e che i lupi si stiano realmente estinguendo è ancora più triste. “Unico indizio la luna piena”, del 1985, tratto da un breve romanzo di Stephen King, è l’ennesima prova che gli autori moderni, di questa figura, possono tranquillamente farne a meno. “Quello che ho provato è spaventoso, ma anche bellissimo. Non posso tornare indietro, mai più.” E’ l’ultima frase del protagonista di Fullmoon prima di raggiungere i suoi simili nel grande rogo purificatore, l’ultima vignetta di un fumetto che ormai si fatica a sfogliare. Diamo il nostro addio allo Spirito del Lupo (che “non è cattivo”, come comprendono Jack Nicholson e Michelle Pfeiffer in “Wolf”) e alla Dea del Plenilunio, uno sguardo troppo antico al mondo perché quel canto ancestrale risuoni ancora dentro di noi.

Categoria: Mutaforma
Stato sociale: Generalmente reietto, ma chiunque può diventare licantropo, benché di rado contraggano il contagio persone di alti ceti sociali. Se lo fanno, spesso generano un clan.
Longevità: dipende dalla parte umana del licantropo, vive quanto può vivere l’umano contagiato
Punti di forza: estrema resistenza agli attacchi fisici, forza muscolare straordinaria, conoscenza della natura, facilità nel creare alleanze con altri licantropi, che spesso danno vita a più o meno vasti clan, visione notturna, possibilità di contagiare altri individui con effetto immediato, non individuabili quando in forma umana, poco perseguitati: presso alcune culture, il lupo mannaro è sacro. Capacità rigenerativa di ferite e perfino arti amputati.
Punti deboli: non è immortale, la sua  età è quella dell’uomo prima che diventasse licantropo, in forma animale impossibile mimesi con l’ambiente urbano, vulnerabile all’argento, al fuoco e ai glifi di interdizione, l’intelligenza non resta umana e diventa pari a quella di un normale lupo dopo la trasformazione, la metamorfosi può richiedere molto tempo, la furia cieca che li guida è spesso causa della loro stessa rovina.
Cose non vere sul loro conto: non è vero che i mannari si trasformano inconsapevolmente durante il plenilunio: possono assumere la forma animale quando lo desiderano. Non è vero che possono riprodursi dopo la mutazione: l’unico modo a disposizione dei mannari per incrementare il numero di elementi in un clan è di contagiare degli umani. Non è vero che attaccano per divertimento e che sono malvagi: originariamente, i mannari costituivano una sorta di società semi-umana che attaccava i villaggi degli uomini solo se messi alle strette o se a rischio di estinzione.
Cose vere sul loro conto: Esiste una gerarchia nei clan: spesso sono capeggiati da una femmina alfa, esattamente come i lupi, che può fungere, in maniera non totalizzante, da mente collettiva del gruppo. E’ vero che molti umani diventano mannari per loro libera scelta, facendosi contagiare o ricorrendo ad antichissime e semi-sconosciute pratiche di magia nera. E’ vero che annusando certi fiori rarissimi nelle notti di plenilunio è possibile, anche se non probabile, diventare un mannaro. E’ vero che il primo licantropo divenne tale per sua libera scelta, stanco di contenere la propria indole selvaggia, anche se non è chiaro con quale metodo operò il suo cambiamento.

Carlo Baroni