Desperation o il Vangelo secondo Stephen

16/05/2008

Una famiglia unita e felice, uno scrittore alcolizzato in cerca di ispirazione a bordo di una Harley Davidson, il suo assistente in compagnia di un’ autostoppista, a seguito con un camper, un vecchio veterinario esperto di demonologia, una donna grintosa e sola si ritrovano rinchiusi nel carcere di Desperation, un paesino, o quello che rimane di un paesino disperso fra i deserti dell’Arizona. C’è un solo uomo a piede libero, lo sceriffo, il gigantesco e scimmiesco sceriffo (alcuni si ricordano dell’eretico gobbo de –Il nome della rosa-? Ecco, è lui, con aria schizzata e volto deturpato. A voi l’immaginazione…), gli altri sono tutti morti. Il racconto è di Stephen King, e risale al 1996, il film è dell’anno scorso, per la regia di Mick Grase. Cosa lo rende speciale? In effetti, davvero nulla. La storia è abbastanza classica e scontata per chi conosce bene “il re del brivido”, la pellicola senza infamia e senza lode, le interpretazioni nella norma. E’ un film che si può vedere come non vedere, che non delude e non esalta, che spaventa il giusto e che angoscia un po’, ma solo un po’. Perché, diciamolo, il King di “Pet Cemetary”, di “Stagioni diverse” o di “Shining” non esiste più. Il King “cattivo” non esiste più. Ormai, è introdotto nella più assoluta commercialità. Stringe la mano a Lynch, fa l’occhiolino a Tobe Hooper (la mente malata di –Non aprite quella porta- e del recente –The Guardian-) e dà una pacca sulla spalla a Clive Barker, il rivale di sempre. King, il non più geniale, la stampante umana, il geometra dei racconti Horror, lo si denigri pure, lo si condanni, ma una cosa è certa: il suo contributo al genere gotico è stato basilare. Da un certo punto della sua vita in poi, nelle opere recenti, fatte con lo stampino, al di là degli eventi prevedibili e, talvolta, davvero grotteschi, la filosofia di fondo è sempre ben visibile. Ed è una filosofia che stravolge in modo totale l’ etica di quel mondo immerso nella paura, dove i demoni camminano ancora sulla terra con piedi umani. Pensiamo a Psyco di Hitchcock. Janet Leigh ha un’amante con il quale pianifica un furto, la si vede nelle prime inquadratura con indosso soltanto biancheria intima perché da poco ha consumato un atto sessuale. A differenza di Vera Miles, la protagonista positiva, Janet si spoglia, e anche spesso. Non è tanto il furto, che semmai sarebbe di competenza del genere Noir, ma è la sua nudità ad infastidire il demiurgo della narrazione, ed infatti, la bella segretaria muore in una delle scene più celebri della storia del cinema: la scena della doccia. E’ il peccato che castiga un personaggio, che lo porta ad una morte orrenda e, nell’ Horror, il peccato è quasi sempre di natura sessuale. Se il Noir è il genere maschilista per antonomasia, e denuncia una paura quasi ossessiva nei confronti della donna, ridotta a puro oggetto del desiderio, scaturigine del caos, causa della corruzione dell’uomo e nemica dell’ordine precostituito, l’ Horror soffre di una tremenda sessuofobia. Non fa distinzione fra uomo e donna, ma una cosa è certa: chi fa sesso è spacciato. Chi lo fa per amore, chi non lo fa da molto tempo, chi non lo fa all’interno della storia può avere qualche possibilità di cavarsela, mentre chi è vergine, uomo o donna che sia, è salvo. Da qui le famose due regole fondamentali dettate da –Scream- di Wes Craven: mai entrare in una doccia e, soprattutto, mai entrarvi dopo un rapporto sessuale consumato per puro svago! Significa morte certa. L’erotismo non finalizzato alla procreazione e quello libertino rappresentano un biglietto di sola andata per l’inferno, rendendo così la cultura dark quella più vicina all’etica religiosa tradizionale. Con Stephen King registriamo una radicale svolta. Lo scrittore americano si distacca dalla visione anticotestamentaria per abbracciare, invece, una fede moderna, molto più permissiva, tollerante verso la debolezza della carne ma severa nei confronti degli imperativi umani fondamentali tanto cari ai “nuovi credenti”. Non ci vuole molto per capire che lo sceriffo di Desperation, autore di una raccapricciante strage, non sia che l’involucro di ciò che era un tempo. Da alcuni scavi effettuati in una miniera poco distante dal paese sembra essersi sprigionata una forza maligna, in grado di controllare gli animali e di impossessarsi dei corpi umani. Spiega il veterinario che potrebbe trattarsi di un “Vaisin”, un demone della terra (detto Balrog nelle superstizioni nordiche, nome che adottò anche Tolkien per attribuirlo ad una creatura dell’abisso immersa nelle fiamme con la testa a forma di teschio bovino cornuto, anche se il genio de –Il signore degli anelli- non rispettò le tradizioni, dal momento che i balrog non hanno forma consistente a meno che non invadano animali o umani, e solo così possono portare il male in superficie). Come spesso capita nei racconti di King, è un ragazzino a rendersi ben conto della situazione e ad elaborare un piano di fuga basato principalmente sulla fede in Dio. Ecco che il sesso diventa un’inezia di fronte alla più grande prova che un uomo possa sostenere: l’accettazione di un essere increato dalla volontà oscura, che a volte fa del bene ed altre volte del male, che divide ed unisce senza una logica decifrabile, che causa dolore e morte oltre la nostra capacità di comprensione. Chi rifiuta Dio, l’amicizia, l’unione che rende forti, chi rifiuta l’ordine delle cose, cioè che un vero ordine non può esistere nei termini in cui noi lo concepiamo, va incontro alla morte con le sue stesse gambe. Fuggire, dividere, isolarsi, non credere significa morire. Perché i demoni non avanzano ciecamente per radere al suolo, ma fanno leva su una ben precisa strategia: cercano di portarci alla disperazione mediante i nostri spettri dimenticati. E’ in un cinema deserto di Desperation che, dopo una rocambolesca fuga, lo scrittore alcolizzato reduce del Vietnam assiste al giorno in cui lasciò morire più di ottanta persone in un locale per mettersi in salvo dalla deflagrazione di una bomba. Questo è il suo fantasma, il suo più grave momento di debolezza, e “Tac”, il nome che il Vaisin attribuisce a se stesso (King adopera sovente richiami fonetici infantili per rendere ancora più destabilizzanti le creature dell’ “altrove”), lo sa molto bene. Non è dunque più necessaria la castità, la purezza verginale per sconfiggere il maligno, ma la fede ed il coraggio di affrontare i propri sbagli o i propri limiti. King non ha dubbi: se cedi alla disperazione, indipendentemente dalle tue azioni passate, sei finito. Una morale adottata, guarda caso, proprio all’alba di una rinnovata spiritualità di massa, che renderà felici i moderni religiosi, per i quali tutto può essere perdonato purchè ci sia vero pentimento (bisogna cogliere il momento giusto e… Tac! Pentirsi e rimediare! Il passato non conta. Cronenberg, anticotestamentario Cronenberg, addio per sempre, aimè…). Una (a)morale (comodissima, usa e getta) che, senza dubbio, porterà ancora un bel po’ di dollaroni nelle già capienti tasche del “maestro di vita dal conto corrente da brivido.”

Carlo Baroni