I templi del cinema

02/04/2007

“Ci sedevamo sempre  in prima fila. Avevamo l’impressione che così le immagini ci raggiungessero per primi, ancora intatte” (The Dreamers).

Si chiamavano “Excelsior”,“Splendor”, “Astra”, “Lux”, “Ariston”, “Odeon”. Se erano nuovi, “Nuovo” e restavano con quel nome anche quando diventavano vecchi. Oppure, come i bar, molto semplicemente portavano il nome della strada dove si trovavano: Mazzini, Garibaldi, Cavour, Verdi o, se in centro, “Centrale”. Ma non si vergognavano di nomi di scarso appeal come “Spallanzani”, “Di Via Calderai”, “Cinema Oratorio Don Bosco”, e magari riempivano la sala più dello “Splendid” (molti cinematografi avevano nomi simili a quelli degli hotel).

Le poltrone si distinguevano in due precise categorie: sedili di legno cigolanti se il cinema era dell’oratorio, di quartiere, d’essai o di “seconda visione”; in velluto (perlopiù  rosso) se era di prima visione. C’era quasi sempre la platea e la galleria: la platea, a differenza che a teatro, costava meno, e non si è mai capito il perché (forse perché dall’alto potevano cadere scarpe, gusci di noccioline e sputi ?). Quando negli anni ’70, con la crisi del pubblico, si è passati al prezzo unico, le gallerie hanno chiuso ( e, ancora oggi, nei rari cinema in cui si trovano, sono meno frequentate: disabitudine o minor spazio-gambe?).

E poi, l’ingresso. Il lusso, e spesso il costo, di un cinema dipendeva tutto da lì. Quello di periferia, con le sedie di legno, aveva una rampa di scale, poi uno stanzino buio, che già odorava della gente che era dentro la sala, in fondo al quale c’era una vecchia cassiera e , accanto a lei, una tenda rossa e unta che immetteva nel tempio: proiettavano western dozzinali, commediole per famiglie, vecchi reperti o film “proibiti”. Il “Nuovo Cinema Centrale” aveva un ingresso grande come una sala da ballo, con lampadari di cristallo e manifesti, o sagome in cartone, del film in corso e di quello “prossimamente”. Per accedere alla galleria salivi uno scalone a curva moquettato di rosso e la ringhiera era intarsiata di cherubini. Lo schermo era coperto da un sipario, che si apriva quando iniziava il film, un po’ di più o un po’ di meno a seconda se il film era in formato standard o cinemascope. Tra un tempo e l’altro passava l’uomo con le gassose e i gelati. Nei cinema più poveri, invece, si mangiavano caramelle e “bruscolini” venduti dalla cassiera.

 

Poi, dopo gli anni ’60, la crisi, che dura un ventennio. L’”Eden” diventa un cinema a luci rosse. L’”Argentina” un grande magazzino, e al posto del “Cinema Teatro Dante”, che viene abbattuto,  viene costruito un autosilos. Agli adulti resta a disposizione il “Nuovo Ducale”, dove programmano “Napoli si ribella”, mentre i ragazzi, domenica pomeriggio, possono vedere “Il presidente del Borgorosso Football Club” al “Santa Maria delle Grazie”. Dieci anni dopo, anche quest’ultimo chiuderà: la curia affitterà i locali a un istituto per sordomuti. Ricordo ancora quelle sale immense, fatiscenti, mezze vuote, che proiettavano vecchie pellicole: atmosfere degne del film “Goodbye Dragon Inn”. A S. Colombano, per vedere “Il grande Gatsby”, ero la sola persona in sala.

Poi, finalmente, proprio mentre impazzano videocassette e dvd, ecco che, presso lo svincolo della tangenziale, accanto al Bricocenter e all’Ikea, apre una multisala avveniristica, con 250 posti macchina, rampe per accessi facilitati, impianto dolbysurround. Si chiama Cineworld, o Movie Village, o Megaplex. Le poltrone sono ampie, distanziate, ergonomiche, rilassanti, ricoperte di orribili tessuti che trattengono macchie e capelli, e coi braccioli forati per poterci mettere il bicchiere di coca o di popcorn sintetico. E anche il Nuovo Ducale, per contrastare la concorrenza, si fa il lifting: c’è un angolo bar, un nuovo impianto audio, la benedetta aria condizionata e, al posto della galleria, la sala “Pasolini”, 80 posti, per i film di minor richiamo (la sala “Spielberg” ne ha 320).

Certo, il fascino non è più lo stesso. Ma quando spengono le luci e dallo schermo escono le immagini che scendono sul pubblico, la magia si ripete.

Elena Aguzzi