Special Mourinho

04/11/2010

Quando scenderò sul prato di S. Siro cercherò di non emozionarmi, ma concentrarmi sulla gara”. Così disse José Mourinho alla vigilia della gara di ritorno dei gironi preliminari di Champions League contro il Milan, quel Milan che gli anni precedenti al Meazza aveva affrontato nei derby, quel Meazza che in tutta la passata stagione lo aveva visto imbattuto (e che vedrà imbattuto anche la sera seguente, nonostante un Inzaghi in versione Superpippo - “E' il giocatore del Milan che temo di più”, aveva chiosato il signore, che se ne intende). Ha cercato di non emozionarsi, nonostante i fischi di disapprovazione quando ha alzato le dita in segno di “3” (“Era un saluto rivolto ai tifosi nerazzurri, un pubblico e una squadra che ancora amo”) - “Certo i tifosi del Milan non mi amano,  ma non saranno quattro fischi a rovinarmi il ricordo: con loro ho sempre avuto un buon rapporto, di rispetto, così come ho avuto un rapporto positivo coi dirigenti e i giocatori rossoneri, per cui non mi sento come se giocassi nella tana del nemico”. Insomma, la trasferta milanese era sotto la parola d'ordine “dimenticare”: dimenticare i due scudetti consecutivi, la tripletta, lo stadio, le statistiche, i colori nerazzurri.... Ma allora, se c'era tanto amore, perché se ne è andato? Per colpa dei rapporti tesi con i media? Da quando se ne è andato, è tutto baci e abbracci coi giornalisti, mentre cominciano i litigi con la stampa spagnola. Qualche romantico, affascinato da quella scena stile libro cuore in cui piangeva tra le braccia di Materazzi, ha ipotizzato che sia stato “costretto” ad andarsene, per evitare penalizzazioni all'Inter.
Noi, conoscendo abbastanza l'individuo, pensiamo che abbia detto la semplice verità: per trovare altri stimoli. E quale stimolo migliore che prendere una grande in crisi come il Real Madrid, infarcirla di giovani talenti (Ozil, Di Maria, Khedira, Marcelo, Ramos, Higuain, Benzema, Pedro Leon....: Cristiano Ronaldo, coi suoi 25 anni, sembra quasi vecchio, come le colonne del Real Xabi Alonso e Iker Casillas, 28 e 29 anni. L'unico over 30 – 32, per la precisione – è Ricardo Carvalho, un fedelissimo di Mourinho) e portarla a livelli da paura? “Per essere una squadra in formazione stiamo molto bene. I ragazzi sono molto giovani e mancano un po' di cinismo, ma stiamo ottenendo molti risultati positivi, il che è il modo migliore per guadagnare fiducia e migliorarsi. Di solito il meglio l'ottengo al secondo anno, e la Liga poi è piena di squadre fortissime, se sbagli una gara sei perso, devi sempre pensare al massimo ( se vogliamo fare un paragone col campionato italiano possiamo dire che qui vince chi fa più punti, da voi chi ne perde meno). Però, anche se i conti li faremo solo a maggio, devo ammettere che stiamo superando anche le migliori aspettative”
Del resto, questo suo nomade vagabondare alla ricerca di sfide e, una volta raggiunto l'obiettivo, andarsene per affrontarne di nuove come un cavaliere errante a caccia di draghi, è probabilmente ciò che lo ha reso così Special, più della bravura in panchina o della personalità mediatica (“Se è lui ad attirare l'attenzione per noi giocatori è un bene: finalmente io e Iker possiamo starcene in pace” ci dice sorridendo  Sergio Ramos).
Basta guardare la sua carriera per non farsi illusioni di sempiterno amore fedele: è nato per vincere, non per invecchiare insieme. Dopo un periodo di gavetta come assistente di Robson (allo Sporting e al  Barcellona) e al Benfica, nel 2002 arriva al Porto: il primo anno ottiene la doppietta portoghese e la Coppa Uefa, quello seguente scudetto e Coppa Campioni; ma nel 2004 passa al Chelsea: primo titolo di Premier League in 50 anni. Nei due anni successivi resta al Chelsea: è il suo unico flop  in Champions League, ma in compenso fa il pieno di Coppe nazionali e scudetti. Le stagioni 2008/2009 e 2009/2010 sono, si sa, all'Inter, coi trionfi che tutti conosciamo. Ora ha firmato per quattro stagioni al Real, ma sono aperte le scommesse su quanto resisterà: lui stesso ha già mezzo ammesso di non trovarsi bene nel campionato spagnolo come in quello inglese e Wesley Sneijder, che lo conosce bene ed è ancora in contatto con lui, è pronto a giurare che fra un paio d'anni, dopo aver conquistato la Champions, farà le valigie alla volta del Manchester United (Ferguson permettendo: ma affrontare un paragone così ingombrante è la tipica sfida alla Mourinho...).

Curiosamente, per essere un personaggio sempre esposto al pubblico, riesce a tenere la vita privata abbastanza, appunto, privata – anche se appena giunto in Spagna si sono sprecati i pettegolezzi sulle sue relazioni extra coniugali, additate persino tra le possibili cause del suo allontanamento dall' Italia. Del resto, ad aggiungere pepe alla sua aurea di campione, c'è un fisico non esattamente da buttar via. Aggiungi alla bellezza il carattere dirompente che rende le sue apparizioni in panchina degli autentici show, ed ecco che le telecamere a bordo campo hanno un lavoro extra garantito. Come personaggio, può essere avvicinato un po' al Maradona allenatore: tutto l'odio (per le polemiche e le dichiarazioni senza peli sulla lingua) e tutto l'amore sono per lui, e la squadra lavora in santa pace (finché l'allenatore non viene squalificato....). La differenza, e non da poco, è una: che Maradona, quando non gioca, non sembra capire molto di calcio, mentre Mourinho raramente ha sbagliato formazione, modulo, sostituzioni, approccio.
Ma com'è nello spogliatoio? Un vero leader, che non accetta pretese e capricci di alcun tipo, che riesce a convincere anche dei numero uno a mettersi dove lui ha deciso che devono mettersi (vedi un campionissimo da 30 gol a stagione come Eto'o sacrificato a giocare sulle fasce e rientrare in difesa), che “costringe” anche i caratteri più intemperanti a crescere (vedi la telenovela instaurata con Balotelli). Il rovescio della medaglia è che questo generalissimo parla poco fuori dal campo, comanda e non ascolta: se fai un giro tra i suoi ex troverai dunque opinioni divise tra chi ancora lo ama e lo rimpiange e chi ha invece tirato un sospiro di sollievo. Insomma, uno che lavora sul carattere e la mentalità (il dictat è chiaro: vincere), ma che si ferma poco a far scuola di calcio.
Il giorno che, senza perdere una briciola del suo appeal e della sua forza di volontà, riuscirà anche ad occuparsi dei piedi dei suoi ragazzi, non ci sarà in giro più nessuno in grado di battere le sue squadre.

Elena Aguzzi