La classe calcistica '87

09/03/2012

Una congiunzione astrale favorevole deve aver contribuito alla nascita di tanti talenti. Perché tra i ragazzi dell' 87 molti sono diventati calciatori, e che calciatori. Succede tutti gli anni, si dirà. Basta sfogliare le date di nascita ed ecco una manciata di campioni nati nell'86 o nell'88 , ma anche nel 79, nel 92 o nel 54 (sto dicendo delle date a caso, non si sbaglia mai, ci sarà sempre qualcuno di grande nato quel determinato anno). Però facendo gli auguri a Giuseppe Rossi il 1 febbraio e qualche ora dopo a Gerard Piqué, è venuto da pensare: però, bel momento, sono quasi gemelli, si dovrebbe calcolare il fuso orario. E poi eccola lì la foto del giovane Geri, e accanto a lui l'onnipresente Cesc Fabregas e il piccolo grande Leo Messi: che bello essere il loro maestro di calcio.... Tutti nati quell'anno lì, come Kevin Prince Boateng o Edinson Cavani, Sami Khedira o Karim Benzema...

Di Leo Messi abbiamo già avuto occasione di parlare in questa rubrica. La sua ultima impresa, in ordine cronologico, è la personale “manita” rifilata al povero Bayer Leverkusen in Champions League. Prima di lui a segnare 5 gol nella stessa partita in questa competizione c'erano stati solo, eoni fa, José Altafini e Gerhard Muller: lui è il primo da quando, 19 anni fa, la Coppa dei Campioni ha cambiato nome e formula. Inutile il computo di miglior marcatore della Champions o del Barcelona di tutti i tempi: a oggi mancano un'insignificante manciata di gol per raggiungere questi record, ma la situazione cambia talmente veloce che mentre scriviamo potrebbe aver già infranto un nuovo record. E pensare che fino a poco tempo fa, riguardo a questo genio che non solo segna come un dannato, ma serve assist, illumina il gioco e fa fare alla palla tutto ciò che lui vuole, si sentivano dire sciocchezze del tipo “Maradona era meglio”, “ Gioca bene perché è nel Barcelona, nella nazionale argentina è un mezzo fallimento”, “Continua ad avere incidenti, bisogna vedere quanto dura”. Oggi sono tutti concordi nel definirlo semplicemente il più grande giocatore del mondo. Qualcuno ha fatto una battuta simpatica: quando un giocatore smette di giocare, a volte ritirano la sua maglia; quando smetterà lui dovranno ritirare il pallone d'oro. Un difetto? Forse che, come uomo, tende a sparire dietro al calciatore, tipo supereroe dei fumetti. È gentile, beneducato, non un tatuaggio o un piercing, non un pettegolezzo, non una frase o un atteggiamento fuori posto: vive di calcio e per il calcio; poi, fuori dal campo, scompare. È nato il 24 giugno. A 12 anni è approdato nella “fucina” del Barça. Ha giocato sempre e solo per loro (a eccezione dell'Argentina, ovviamente) e lì, ci si può scommettere, finirà la sua carriera: non solo per una questione di prezzo (qualche emiro con 300 milioni da spendere lo trovi sempre), ma soprattutto di cuore. Nel Barcelona ha la sua casa, la sua vita. È il gioiello della Caldera: lì è cresciuto, è stato curato, gli si è insegnato a usare al meglio il proprio talento, si è costruita una squadra attorno a lui anche a costo di rinunciare a campioni come Ibraimovich o Eto'o;  e lui, da anni, non fa che ricambiare questa fiducia.

È la pietra più preziosa della Caldera, ma non il solo diamante. Cesc Fabregas ( 4 maggio) ha anche lui un gran bel piedino, e un'adattabilità tattica non da poco. Ci sono centrocampisti che trovano la loro posizione ideale, e da lì non li schiodi. Lui si fa trovare sotto porta o indietro in difesa (del resto Guardiola, quando Cesc era ragazzino, lo aveva “investito” del proprio n.4), in centro o largo a  sinistra, come regista o a ispirare le punte; ovunque fa sempre bene. Anche lui è arrivato bambino in quella che era la sua squadra del cuore e la sua “patria” (orgoglio catalano!), ma a 16 anni viene adocchiato dall'Arsenal e lì approda per 8 anni. Anni che restano nel cuore dei tifosi e nel dna del ragazzo (un terzo della propria esistenza!), anni di successo e di considerazione ( si arriva a parlare per lui di un valore di 50 milioni di sterline, mica bruscolini), anni che lo portano nella nazionale spagnola. Però a Cesc manca l'aria di casa. E quest'estate, finalmente, torna all'ovile e corona il sogno di giocare nel Barcelona, prima squadra. A far da partner proprio a Messi: e parte di quella valanga di gol segnati da Leo sono frutto di certi passaggi al bacio di Cesc. Allegro, di buon cuore, compagnone (non solo ha, ovviamente, legato a meraviglia coi catalani, ma per esempio è stato molto vicino a  David Villa quando questi si è rotto la tibia), dai gusti semplici e i modi diretti (adorabili i suoi “tweet” in cui mostra le fragole che ha mangiato o in cui si ritrae con la bisnonna), altruista (ha dato avvio a a un'accademia di calcio per ragazzini dai 7 agli 11 anni), è ancora un fan del calcio inglese e dell'Arsenal in particolare, di cui non si perde una partita, ma ormai smuoverlo da casa  costerà ben più di 60 milioni...

Accanto a Cesc, nelle foto della Caldera ( e in quelle delle vacanze, dei festeggiamenti, dei viaggi in pullman, degli abbracci in campo), c'è sempre Gerard Piqué. Nato il 2 febbraio (fans in delirio a notare la coincidenza con la data di nascita – salvo dieci anni di scarto – con la “fidanzata” Shakira) e alto alto (nel Barcelona, squadra di piccoletti, si nota) si presenta un po' come il fratello maggiore. Stando a Guardiola, però, non ne ha la saggezza: è un po' una testa matta il nostro Geri. Simpatico, carismatico, affettuoso, persino colto, ha tutti i pregi e quell'unico “difetto” di non curarsi troppo della diplomazia. Del resto, nessun allenatore saggio rinuncerebbe a lui. Anche quando non è in giornata sa sempre recuperare palla, anche a costo di fare venire un infarto agli spettatori. Quando non c'è lui a chiudere sull'ultimo uomo, la squadra ne risente. Anche lui catalano doc, a 10 anni entra nella Caldera, per venir rilevato nel 2004 dal Manchester United di sir Alex Ferguson. Va in prestito al Real Saragoza e ritorna in Inghilterra giusto in tempo per vincere campionato e Champions League.  Rientra al Barcelona  quando Pep dà inizio al ciclo delle meraviglie e , accanto all'amico e “connazionale” Puyol,  diventa il perno di difesa di una squadra che dalla difesa inizia la costruzione del suo gioco d'attacco. Naturalmente anche la nazionale spagnola non può prescindere da lui, e dopo la vittoria del Mondiale per Geri e Cesc c'è grande attesa per ciò che sapranno fare nei prossimi europei.

Sempre in Spagna gioca un altro gioiellino dell' 87, Giuseppe Rossi. Americano con cuore e passaporto (per nostra fortuna) italiano, “Pepito” è un apolide. Giovanili del Parma, dove approda a 12 anni, poi del solito Manchester United, dove Ferguson si rivela un ottimo scout di giovani talenti. A 18 anni esordisce in prima squadra (esordio con gol), nella stagione successiva passa in prestito al Newcastle prima e di nuovo al Parma (coi suoi gol partecipa alla salvezza della squadra di Claudio Ranieri e detiene il record di under 20 più prolifico in serie A). Nel 2007 viene acquistato  dal Villarreal, che da allora si coccola il suo pregiato goleador vedendolo aumentare sempre più di prezzo, anche grazie alle apparizioni in Europa e in Nazionale. Oggi il poverino è un po' depresso a causa del brutto infortunio che gli ha portato via quasi tutta la stagione, ma tutti (la squadra, Prandelli, i suoi ammiratori) aspettano con fiducia il suo rientro in campo per maggio. Se lo merita, anche perché Giuseppe è un ragazzo d'oro anche fuori dal campo da gioco: sempre allegro, aperto e sincero, di una gentilezza e un'onestà quasi disarmanti. Lui non è tipo da fare feste con le modelle, ma piuttosto quello che si ferma a giocare coi videogiochi assieme ai ragazzini (è arrivato a oltre 2 milioni di punti a Temple Run...), profondamente legato alla mamma e alla sorella e che nel periodo di immobilità ha sofferto terribilmente, perché non è capace di star fermo. Il giorno dei suoi 25 anni ha detto di sentirsi giù perché invecchiava: in realtà i prossimi 5 anni saranno quelli in cui potrà dare di più, come calciatore. Una cosa è certa: non butterà via record e trofei con qualche mattana, perché sarà sì un tipo vivace, ma è anche uno serio, su cui club e Nazionale possono contare, sia per i suoi valori calcistici che per quelli umani.

Altro ragazzo non solo dell'87 ma pure di febbraio (il 14) è Edinson Cavani. Prima di venir soprannominato “el matador” per via dei suoi gol (al momento in cui scriviamo sono 106, di cui 57 raccolti in 81 presenze con la maglia del Napoli) era chiamato “il bimbo” per via del suo fisico gracile (è alto e con le spalle quadrate, ma molto sottile e delicato), il viso efebico e il sorriso dolce. La prima volta che mi è capitato di incontrarlo, un anno fa, aveva ancora i denti legati dal raddrizzadenti e faceva una tenerezza immensa: quasi irriconoscibile dal goleador teso allo spasimo che si vede in campo.  Anche lui di origini italiane, cresciuto al confine tra Argentina e Uruguay, a 12 anni si trasferisce a Montevideo e entra nel club Danubio. Nel 2006 gli osservatori del Palermo hanno un colpo di genio e lo chiamano da noi: la sua carriera, che culmina, per ora, l'anno scorso con la vittoria della Copa America con l'Uruguay (Coppa che corona un anno d'oro: terzo posto ai Mondiali, passaggio al Napoli e una quantità di riconoscimenti personali), è dunque costruita in Italia, ma sarà duro trattenerlo, nonostante le sue dichiarazioni d'amore per noi (sa persino intonare “O' surdato innamurato”): De Laurentis è uomo d'affari avveduto, come prima di lui lo è stato Zamperini. Di tutti i campioni suoi coetanei è il più posato, oltreché sposato. Fervente cristiano evangelico (è un “atleta di Dio”), padre di famiglia, credo che in tutta la sua vita non abbia mai alzato la voce. Per lui, a urlare sono i suoi gol.

Chi sicuramente non è uno tranquillo e dal profilo basso è Kevin Prince Boateng. Lo Scudetto della scorsa Stagione potrebbe essere il primo di una serie di trofei e già si è fatto notare. E non solo per i capelli pettinati da un pazzo, i tatuaggi che lo coprono letteralmente dalla testa ai piedi, le ragazze da copertina di cui si circonda e la sua abilità da ballerino. Per fortuna della squadra in cui gioca si è fatto notare per la prorompente forza fisica che esprime in campo, la capacità di mandare i compagni a rete e di far gol lui stesso: pesantissimi quelli in Champions League, coronati da spettacolari capriole che fan parte non solo del personaggio esuberante ma anche delle sue abilità atletiche. Naturalmente non è un centrocampista raffinato ma un muscolare, e deve ancora crescere, ma sembra comunque meglio averlo con sé che come avversario, anche perché sta rapidamente imparando doti importanti quali il sacrificio, e non solo le giocate ad effetto. Nato il 6 marzo a Berlino (Ovest) ha fatto tutta la gavetta delle giovanili, ha giocato per l'Herta Berlino, il Tottenham (con prestito al Borussia Dortmund), il Portsmouth e nella stagione 2010-2011 è approdato al Milan, dopo essersi fatto notare ai Mondiali in Sudafrica, in comproprietà col Genoa (rilevata poi dal club milanese a prezzo lievitato). Fratellastro di Jerome Boateng, i due giocano in nazionali diverse: Jerome ha infatti scelto la nazionale tedesca, Kevin Prince deve invece aver pensato bene che in Ghana, la patria del padre, era più facile avere spazio. Sicuramente la doppia anima tedesca e ghanese e l'essere cresciuto in un quartiere ruvido ha influenzato il carattere un po' balordo (ma non ha mai fatto nulla per cui possa essere ripreso: in realtà non è un cattivo ragazzo, è solo che lo disegnano così....) e il suo modo “lottatorio” di giocare. Se sarà un vero campione o una meteora ora non ci è dato saperlo.

Elena Aguzzi