Bandiere ammainate

13/05/2012

Il primo è stato il grande Pep Guardiola. Prima che si scatenassero i pettegolezzi di calciomercato ha salutato squadra, stampa e tifosi spiegando le ragioni di un addio, che avviene dopo 4 anni, ma anni talmente “enormi” da sembrare lustri. “In questo periodo ho vissuto solo di calcio, dalla mattina alla sera, quando non ero sul campo ero lì con la testa. Ma nella vita ci sono altre cose: la famiglia, altri interessi. Il mondo, lo dico sempre ai miei ragazzi, non si ferma allo stadio e al Blackberry. Ora ho bisogno di riposarmi. Magari verrà un giorno in cui dirò: cazzo, quanto mi manca allenare; ma per ora il mio pensiero va solo a finire bene la stagione e poi a non pensar più a niente. Nemmeno al futuro: non ne ho la forza”. Lucido e sereno, e Mourinho ha un bel dire che è troppo perfetto. Perché poi le lacrime le ha versate anche lui, parola di testimone, ma a telecamere spente.
Un addio che comunque era nell'aria e ha lasciato il tempo alla società di organizzarsi perché il futuro sia nel segno della continuità. Eppure qualche suo pupillo sta per fare anche lui le valige. Al momento in cui scriviamo non è ancora ufficiale, ma Dani Alves ha il contratto in scadenza “E non so se rinnoverò – ci ha confidato – Dipendesse da me resterei qui ancora  a lungo, sono legato a questa maglia che mi ha dato tanto. Ma se la società dovesse decidere altrimenti, grazie tante per gli anni vissuti qui e i successi, ma non farò i capricci. Ringrazio di cuore, ma sono pronto a provare nuove avventure”. E chissà che queste nuove avventure siano in Italia?

In Italia, dove peraltro molte bandiere sono state ammainate. Il Milan si è distinto per una fine campionato con addii dolorosi: Alessandro Nesta, dopo 10 anni, è stato il primo degli “ancelottiani di ferro” a tirar giù la propria bandiera per alzare quella bianca, con parole che in qualche modo han ricordato quelle di Guardiola: troppo stanco. “Non riesco più a reggere i ritmi della serie A, e del resto non riesco a stare in panchina”
A ruota, ha seguito Filippo Inzaghi. Dall'inizio dell'anno si sentiva che era arrivato al capolinea, e Superpippo aveva anche dovuto ingoiare amari bocconi, come l'esclusione dalla Champions League (dove avrebbe potuto battere il record di gol...), ma a gennaio aveva voluto resistere, indomito. Il suo addio così non è stato all'insegna di una malinconica conferenza stampa, col groppo in gola di chi sa di essere il migliore ma anche di essere in declino fisico e non vuole sciupare la propria immagine di campionissimo. Il suo addio è stato salutato da migliaia di tifosi, striscioni e persino un gol vittoria: l'ultimo, probabilmente, della carriera, non solo in rossonero, perché chi lo conosce assicura che si ritirerà dal calcio giocato.

L'addio più doloroso, anche se il meno lacrimoso, è stato l'addio di Andrea Pirlo: se ne è andato in silenzio, col dente un po' avvelenato per la scarsa riconoscenza (troppo presto, quando un over 30 ha una stagione travagliata per infortunio, si tende a dire che il giocatore è finito...) ed è andato a casa dei nemici bianconeri, a scucire lo scudetto di dosso al Milan e a cucirlo sulle maglie della Juventus.
I più malinconici quello di Van Bommel, che ha lasciato tra le lacrime e non ha neppure avuto la soddisfazione di venir convocato per l'ultima partita di campionato; e quello di Clarence Seedorf che invece in campo c'era, ma non è stato incluso tra i campioni da omaggiare con la “cerimonia” tenutasi a S.Siro: in effetti, anche se è praticamente certo che lascerà, l'annuncio ufficiale non c'è stato, e del resto, assurdamente, la tifoseria non lo ha mai apprezzato più di tanto (i tifosi non sempre son competenti)
Ma l'addio al Milan più scioccante è quello di Rino Gattuso, uno che i colori rossoneri li ha sulla pelle, non solo sulla maglia, un combattente nato sul campo e fuori, dove  ha fatto l'impossibile per battere la diplopia, e che è stato sulle barricate per 13 anni, anche quando l'amato Ancelotti è stato sostituito dall'odiato Leonardo. Ma alla fine anche lui ha gettato la spugna: la legge della prestanza fisica non concede deroghe neppure a uno soprannominato “Ringhio”. Rino farà un anno sabbatico (“Non so dove, ma di certo non all'Inter o alla Juve!”), e poi tornerà al Milan da dirigente: anche in giacca e cravatta siamo sicuri sfoggerà la stessa grinta.

Anche lui dopo 13 anni, ma stavolta in casa Inter, lascia Ivan Ramiro Cordoba. Il mitico colombiano non va però altrove, nemmeno negli Emirati. Si ritira dal calcio giocato. Sta prendendo il patentino di allenatore, e una scrivania in sede Inter è già pronta per lui. Un addio al calcio giocato, che è stato salutato da tutti i compagni che sfoggiavano apposta la “sua” maglia, la n.2, e con tutto il pubblico in piedi ad applaudire, da far venir giù lo stadio. Un tributo meritato per il vice capitano, che negli ultimi anni ha saputo affrontare la panchina con flemma, facendosi sempre trovare pronto alla bisogna.
E' comunque lungo e ancora incerto l'elenco dei possibili partenti in casa Inter, e apre il cuore sapere che, se il guerriero Dejan Stankovic è probabilmente arrivato al capolinea, almeno gli argentini – ZanettiCambiassoSamuelMilito – sono salvi. Ma qualcuno della difesa partirà, e certo è triste l'idea che magari un eroe come Julio Cesar non verrà nemmeno adeguatamente salutato, sempre che non si organizzi un'amichevole in suo onore


Grazie allo scudetto vinto con una giornata d'anticipo, che permette una “passerella” finale – e non dimentichiamoci il prolungamento della stagione con Coppa Italia e Supercoppa – Alessandro Del Piero non ha avuto bisogno di amichevoli per salutare degnamente il proprio pubblico. Eppure, nonostante le celebrazioni in pompa magna e, come per Pippo, con tanto di gol all'ultima partita, il suo addio resta amarissimo: giubilato a inizio stagione dal piccolo Agnelli, che di sicuro un record lo ha vinto, quello di presidente più antipatico e privo di classe del calcio italiano. Per carattere, fama e qualità non sembra però che Alex sia destinato a mercati calcistici di serie B: qualcuno ha parlato addirittura di Manchester United, dove il manager sir Alex Ferguson non solo sa scoprire i giovani, ma sa anche far fruttare al meglio i vecchietti. Auguriamo a Del Piero che ciò si realizzi, e che magari possa fare in Champions alla Juve quello che in campionato ha fatto Pirlo al Milan.

Non si ammaina invece, grazie al cielo, la bandiera di Totti: lascia piuttosto Luis Enrique, ma questo è solo il triste saluto di chi bandiera non è riuscito a essere, un fallimento annunciato – i “progetti” a lungo termine van bene per le squadre di provincia, non per le grandi piazze, dove bisogna vincere subito. Sa anche più di telenovela da calciomercato piuttosto che di addio clamoroso la possibile partenza di Ezequiel Lavezzi da Napoli: purtroppo per i partenopei, però, il tormentone riguarderà più la destinazione (Milano, sponda nerazzurra, o i rivali di mercato del Paris St.Germain?) che non la fine di cinque indimenticabili anni, che hanno reso il talentuoso e simpaticissimo Pocho un vero mito.
E un mito, anche se il poverino non ha mai avuto bandiere e poster giganti che lo ritraevano con la lingua in fuori o il dito in bocca, è Di Vaio: anche lui, come Nesta, pronto a partire Oltreoceano. Da sempre nuova frontiera e terra di emigranti.
Chiude la serie di addii un nome che al grande pubblico non dice nulla, Pat Rice. Eppure lascia l'Arsenal, da vice allenatore, dopo tanti anni da far vacillare: 44

Elena Aguzzi