Sexy per sbaglio

16/05/2008

Con quella faccia un po’ così, l’aria indolente e menefreghista, lo sguardo sbieco e assonnato, è stata la prima star a portare sullo schermo l’odore del sesso.

Nato  a Bridgeport il 6 agosto 1917, Robert Charles Durman Mitchum ha fatto di tutto prima di diventare attore: giornalista, autore di racconti per bambini, speaker radiofonico, compositore, pittore d’aereoplani, oltre che la classica trafila americana di lavori manuali. È stato in galera per vagabondaggio, a  16 anni, ed evase, e quindici anni dopo, nel bel mezzo della carriera, per possesso di marijuana, e scontò il suo periodo con impagabile ironia (“Era come stare a Hollywood, ma con meno gentaglia”). Divenne il simbolo, assieme al petto di Jane Russell, della RKO e interpretò un centinaio di film: alla fine ne salvava sì e no un paio – un giudizio ingiusto, perché la sua carriera vanta titoli di tutto rispetto. Apparve spesso in pellicole di guerra o western, ma il massimo lo diede nei noir. Non vinse mai Oscar, e fu candidato una sola volta: non si presentò perché non voleva noleggiare lo smoking. Mitiche, quanto le sue interpretazioni, le sue rispostacce e le sue battute. Un matrimonio (dal 1940 alla morte), con Dorothy Spence, e tre figli (due dei quali, Christopher e James, tentarono di seguire le orme paterne). Ci ha lasciati il 2 luglio del 1997: quello stesso giorno scomparve anche un altro grande, James Stewart.

Quello che rende inimitabile Mitch è l’aria letargica e distaccata, dura ed ironica, che ha contraddistinto tutte le sue apparizioni sullo schermo, come quelle “dal vivo”. Talento naturale per la commedia, si è però fatto notare, grazie al fisico muscoloso, il volto brutto e attraente, la voce baritonale e la recitazione casuale, sottotono, al contempo torrida e implacabilmente fredda, in ruoli dannati: lo ricordiamo in “Notte senza fine”, “Le catene della colpa”, “L’avventuriero di Macao”, “La magnifica preda”, “La morte corre sul fiume”, “L’anima e la carne”, “Il promontorio della paura”, “El Dorado”, “Gli amici di Eddie Coyle”, “Yakuza”, “Marlowe il poliziotto privato”. L’ultima sua apparizione di culto è in “Dead Man” di Jarmush, nell’indimenticabile ruolo cameo dell’uomo che ordina di dar la caccia a Johnny Depp. Eppure egli si mostrava assai critico nei confronti del cinema (“Perché devo interpretare il ruolo di un professore irlandese? chiamino un professore irlandese, che così risparmiano”), non si riconosceva alcun particolare talento e si divertiva a spiazzare i giornalisti con risposte al vetriolo (per esempio, a una domanda un po’ cervellotica: “Chi cazzo credi di essere, Sigmund Freud?”). Abbiamo il sospetto che non fosse una posa, e che il suo antidivismo non fosse il frutto di uno spirito ribelle alla Brando  o alla Sean Penn, ma che ritenesse davvero la sua professione un modo come un altro per sbarcare il lunario.

Un celebre aneddoto racconta tutto l’individuo, con il suo sarcastico e pacifico spirito di rivolta. Invitato a un party in maschera si presentò nudo, con solo un po’ di senape sulle parti intime. Allo sguardo esterefatto della padrona di casa, esclamò “Non mi dica che c’è già un altro travestito da hot dog!”

Grande Bob! Ci manchi

Elena Aguzzi