Antologia del diverso: Ludwig

01/05/2006

Sconfitti o no, alcuni uomini hanno in sorte di morire da Eroi. Non tutti, ahimè. Non è il caso di Ludwig. La sua dichiarazione di diversità ha la mielosa innocenza di un povero ragazzo impaurito e idealista, la sua condotta di Sovrano è all’insegna del delirio e la sua fine è in un paludoso acquitrino dopo essere stato giudicato inabile al regno da una pazzia più vicina alla lascivia che alla mania di onnipotenza.
Insomma, come personaggio di Shakespeare non avrebbe fatto una gran figura nemmeno al fianco di quel bamboccio edipico di Amleto, ma la pietà che Visconti riesce a suscitare attorno a lui è struggente e disperata.
Letteralmente fregato da qualunque essere vivente gli passi accanto, tristemente barricato nel suo oscuro mondo di arte e di sogno, Ludwig declina verso la follia mano a mano che entra in contatto con l’universo terrestre degli uomini. Ogni tentativo di iniziarlo all’esistenza fallisce e non fa che condurlo sempre più innanzi verso la disgiunzione tra sé e gli altri. L’accanimento con cui alcuni membri del governo lo osteggiano e lo deridono sembra, dopo ben quattro ore di dolore e di estetizzante pellicola fatta di eleganze decadenti, condannarlo ad una tetra solitudine infantile. Dopotutto Ludwig non cerca altro che una collocazione della sua genealogica grandezza nel mondo dei comuni mortali, o di come il mondo appare allo sguardo annebbiato o geniale dei diversi. Uno sguardo che è narcisistica constatazione della propria drammatica debolezza emotiva. “Povero dottore… condannato a studiarmi! Ma io voglio essere un mistero, per sempre un mistero”.

Carlo Baroni