A dangerous method

28/09/2011

di David Cronenberg
con: Keira Knightley, Michael Fassbender, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Sarah Gadon

I toni: noir, horror, erotico. I temi: la mutazione del corpo, il suo uso ed abuso, il doppio. Con queste premesse, questi elementi caratteristici del cinema di Cronenberg, e gli “highlights” pettegolotici che accompagnavano “A dangerous method” (inspiegabilmente il titolo non è stato tradotto...), c'era da aspettarsi un film in cui il sadomasochismo sessuale avrebbe fatto da padrone, un po' come in “Crash” . Invece no. Complice la sceneggiatura di Christopher Hampton, che di fatto è il co-autore del film, è una pellicola molto british e intellettuale, raffinata e composta, come l'ordinato e represso dottor Jung che ne è protagonistaMa come può appassionare dei non addetti ai lavori, una storia incentrata sul dibattito filosofico tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung? Può, perché in realtà poco ci cale se davvero il dottor Freud è troppo rigido sull'interpretazione sessuale o se il dottor Jung prende una deriva troppo misticheggiante (dibattito tuttavia ancora attuale tra gli psicoanalisti): ciò che conta nel film sono altre cose. Intanto, il rapporto che si instaura tra i due, più di padre e figlio che di maestro e discepolo, con annessi i conflitti edipici di eliminazione della figura-guida. Poi, la dinamica a tre della relazione, grazie alla figura di Sabina Spielrein, che coi suoi stimoli intellettuali e sessuali non solo sconvolge la vita e le teorie di Jung, ma diventa dapprima il catalizzatore del rapporto tra i due uomini e poi l'elemento perturbante, vertice e “terzo incomodo” di un triangolo amoroso, dove la passione più grande non è quella fisica ma quella della scoperta di nuove teorie mediche e nuovi metodi sperimentali. Quindi proprio questa passione pionieristica: durante la sequenza della prima prova di “flusso di coscienza” è quasi impossibile per lo spettatore resistere dal rispondere mentalmente alle parole che vengono proposte. Ancora: il tema – questo molto caratteristico di Cronenberg – della confusione di ruoli tra medico e paziente, attraverso le figure della Spielrein e di Otto Gross, dottori ma anche malati, e dello stesso Jung, le cui nevrosi sono assai meglio dominate ma sempre presenti. Infine non vanno dimenticati due elementi esterni al triangolo, ma assai importanti nello svolgimento della relazione: il citato Otto Gross, “ammalato” di sesso, che di fatto spinge Jung a non reprimersi sessualmente con la Spielrein, con conseguenze devastanti per tutti; e la moglie di Jung, la malinconica Emma, sempre ai margini ma sempre presente accanto al marito e suo unico punto fermo.
Dal punto di vista formale il film si distingue per una viscontiana eleganza (ci sarebbe da scrivere un articolo a parte per la colonna sonora wagneriana...), con ambienti ricostruiti nei dettagli quasi in maniera maniacale (la poltrona e i libri appartenuti realmente a Freud, la marca esatta dei suoi sigari, i pennini d'epoca....) ma mai in modo ostentato o fine a se stesso, grazie a un certo minimalismo registico: colori pastello, luci opache, movimenti di macchina quasi inesistenti e inquadrature sempre curate come acquerelli. Il “non sentire” la regia, e la scelta di inquadrare sempre con i protagonisti in primi piani, mezzi piani e piani americani, consente di seguire più da vicino i personaggi e di immedesimarsi con loro, evitando il rischio di fare un teatro filmato (nonostante l'abbondanza di dialoghi, non si risente dell'origine teatrale del testo) o un'opera accademica: del resto un merito di Cronenberg è quello d'aver sempre fatto film innovativi senza bisogno di ricorrere a trucchetti di montaggio o a inquadrature ardite.
Fondamentale, in un film di questo tipo, era scegliere bene il cast, e ciò è stato fatto. Viggo Mortensen (ottimamente doppiato dal fedele Pino Insegno) è talmente bravo da far dimenticare che ha il naso finto: il suo Freud è un genio a cui la consapevolezza della realtà ha tolto ogni idealismo, tetragono nel sostenere le sue idee forse per paura di sbagliare e gelosia nei confronti del giovane pupillo, pieno di sé e al contempo cinico e umanamente amareggiato; Mortensen ne imita con cura gesti e grafia e lo dota di carisma e tristezza. Vincent Cassel ha una fugace e devastante presenza, come il vero Gross, disturbante e ricca di fascino, mentre l' Emma di Sarah Gadon unisce forza e dolcezza, assenza-presenza con cui Jung deve sempre fare i conti. Michael Fassbender conferma il proprio momento d'oro: è pienamente Carl Jung non solo grazie agli abiti e agli occhialini (del resto Jung era un bell'uomo, ma non a questi livelli...), ma in virtù di quel continuo controllo di sé anche nei momenti più disturbanti, un controllo da cui traspare chiaramente il vulcano di passione ed emozioni che tiene soffocato: minimi gesti che esprimono la repressione delle inquietudini, sorrisi che non seguono gli occhi, e nella bellissima, malinconica inquadratura finale sembra di rivedere Burt Lancaster nel Gattopardo. L'acqua della vita è però data da Keira Knightley, nella migliore prova della sua carriera: fragile, sempre vulnerabile, sempre attenta a trattenere gli spasmi muscolari, col rischio latente di una crisi isterica anche anni dopo la guarigione, entusiasta e sensuale quanto disperata e deviata. L'interazione tra la Knightley e Fassbender sembra vibrare come tra una paziente e il proprio analista, rendendo realistici dialoghi altamente letterari e artefatti

Voto: 7

Elena Aguzzi