Miracolo a Le Havre

25/11/2011

di Aki Kaurismaki
con: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc-Dung Nguyen, Jean-Pierre Léaud

Il Miracolo a Milano di De Sica portava la povera gente in un magico volo a cavallo di scope “verso un mondo dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno”. Il Miracolo a Le Havre di Kaurismaki non è così fiabesco, eppure conserva quel tocco di magia che ci porta a definire il suo film una favola semi-realistica. La solidarietà che lega la povera gente di Kaurismaki fa accadere l’impossibile e se anche la sua storia ci parla di immigrazione lo fa con quella lievità astratta e quello stralunamento tipico del suo cinema e dei personaggi che lo popolano, quel “realismo poetico” che tiene tutto in una terra di mezzo sospesa tra miseria e incanto.
I suoi derelitti hanno molto in comune con quelli di Marcel Carné (non si respira forse, nel grigio porto di Le Havre, l’atmosfera del luogo di rifugio del Porto delle Nebbie?) e sembrano tristi angeli custodi stretti attorno al ragazzo di colore apparso all’improvviso, ai quali il regista regala piccole pennellate della sua follia. Kaurismaki crea figure poetiche come lo scrittore lustrascarpe Marcel Marx (André Wilms) e il vietnamita senza identità, ma tra tutti forse il personaggio più bello rimane quello del commissario Monet (Jean-Pierre Darroussin), solitario ed odiato, che si unisce imprevedibilmente alla cospirazione per salvare il piccolo Idrissa, le cui ragioni possiamo intuire da cenni vaghi. Perché la bellezza di questo “Miracolo a Le Havre” sta nel non detto, che lo allontana da ogni retorica, là dove altri si sarebbero abbandonati a sermoni ideologici.
Tuttavia il motivo conduttore che unisce i film di Aki Kaurismaki rischia di farsi ripetizione. Ogni singolo film è un piccolo gioiello a sé ma il regista non sa più separarsi da quello sguardo sulla quieta disperazione che accomuna tutti i suoi protagonisti, dai disoccupati di “Nuvole in viaggio” ai malinconici artisti di “Vita da Bohème”. A volte si arricchisce di romantici accenti noir (“Le luci della sera”, “L’uomo senza passato”), a volte di umorismo acre come in “Ho affittato un killer”, che resta a nostro avviso il suo film più riuscito, ma non sempre ritrova le giuste impennate. Non a caso i momenti migliori del film sono quando fa irruzione l’assurdo che è nelle sue corde e che dipinge la sua umanità con maggior straniamento: si pensi alla scena del concerto benefico di Little Bob che per cantare deve far pace con la sua donna, una parentesi narrativa deliziosamente irresistibile. Gli appassionati possono poi divertirsi a rintracciare ed enumerare i motivi ricorrenti nel cinema del regista finlandese. Come la presenza della cagnetta Laika, tanto simile al Baudelaire di Vita da Bohème.

Voto: 7

Gabriella Aguzzi