7 Psicopatici

12/11/2012

di Martin McDonagh
con: Colin Farrell, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Christopher Walken, Olga Kurylenko, Abbie Cornish, Tom Waits

Quando vidi In Bruges la prima volta lo trovai di un feroce umorismo nero. Quando lo rividi la seconda volta ne ebbi l’impressione di un film profondamente drammatico. Martin McDonagh non si smentisce e firma un nuovo film, sempre con protagonista uno splendido Colin Farrell, in cui graffiante umorismo e tragedia si alternano e si fondono. La mano del regista di In Bruges si avverte: sangue a fiumi, malvagi redenti, gangster dal cuore tenero, discorsi sull’amore sventagliando una pistola, visioni surreali, l’assurdità delle coincidenze, della vita, del destino. Il tutto in una cornice di “film nel film” (anche in In Bruges c’era un set cinematografico, ma qui la composizione del film è la vera protagonista) che dà quella marcia onirica in più.
Uno sceneggiatore in crisi creativa e, da buon irlandese, con problemi di alcolismo, deve scrivere un film su 7 psicopatici, quando vorrebbe invece lanciare messaggi di pace. Mentre scrive gli psicopatici irrompono realmente nella sua vita dandogli materia per scrivere. E lo sceneggiatore si trova coinvolto in una vicenda di rapimenti, assassini, vendette, killer uccisi da serial killer, alla ricerca della sparatoria finale che possa chiudere degnamente il film.
La sceneggiatura (quella vera) è solida e incrocia abilmente storie diverse facendovi confluire i 7 psicopatici, con un dialogo divertente sempre sul filo dello humor più nero e cattivo, con improvvisi, inattesi lampi drammatici a scuotere il tutto e solo con qualche forzatura qua e là e qualche lungaggine, come il racconto della sparatoria nel cimitero. Il cast è di prim’ordine: Colin Farrell, Christopher Walken (magistrale come sempre, che avvolge in un velo di pacata malinconia il suo personaggio psicopatico), Woody Harrelson, Tom Waits, e solamente Sam Rockwell va un po’ troppo sopra le righe. Senza contare i cameo, come Michael Pitt, protagonista del dialogo iniziale al quale calza perfettamente l’abusato aggettivo “tarantiniano”.  Ma chi crede di trovarsi di fronte al solito pulp movie è subito spiazzato perché la storia è pronta a deviare su altri, più inconsueti, binari. Assurdamente divertente e imprevedibile fino ai titoli di coda.

Voto: 7,5

Gabriella Aguzzi

“Un puzzle, un gigantesco enigma cinematografico”. Così Martin McDonagh definisce il suo ultimo lungometraggio, il film indipendente “7 Psicopatici”,  nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 15 novembre. Sicuramente si tratta di un progetto particolare, ambizioso –come del resto era ambizioso “In Bruges”, precedente lavoro del regista anglo-irlandese-. 7 Psicopatici, però, è allo stesso tempo qualcosa di completamente diverso.
Martin (Colin Farrell), uno sceneggiatore in preda a una crisi d’ispirazione, è riuscito a vendere un titolo, 7 Psicopatici appunto, senza, però, aver mai realizzato un copione. Non c’è una storia, non c’è un personaggio, non c’è una battuta ed è ancora tutto da scrivere. Billy (Sam Rockwell) è il migliore amico di Martin, ha grandi aspettative su di lui e cercherà di fare di tutto per aiutarlo, usando metodi più o meno contestabili, sia moralmente che legalmente. Insieme a loro, una schiera di personaggi a dir poco particolari: ad esempio un boss mafioso (Woody Harrelson) disposto a uccidere chiunque pur di recuperare l’unico  vero amore della sua vita, il suo cane; oppure Hans (Christopher Walken), cattolico quasi bigotto, marito devotissimo con un passato da brividi, che di mestiere rapisce cani e li restituisce dietro il pagamento di un riscatto. Saranno proprio le vicende surreali, violente e tragicomiche di cui Martin sarà protagonista e, soprattutto, i personaggi ben lontani dalla normalità e dall’equilibrio con cui si trova a confrontarsi ogni giorno, a fornire un’ispirazione per il copione che, alla fine, verrà completato.
Guardando “7 Psicopatici” non si può far a meno di paragonarlo a “In Bruges”. Tanti, infatti, sono i punti di incontro ma ancor di più i punti di rottura e le novità. Si può riconoscere quello humour nero tipico delle opere di McDonagh, un senso del comico che, ben lungi dall’essere spasmodicamente ricercato di per sé, nasce dall’assurdità, dalla violenza e dalla tragicità; lo stile narrativo, quindi, è simile; assolutamente innovative, tuttavia, sono la costruzione della vicenda, il ritmo della narrazione e, soprattutto, l’analisi dei protagonisti. Lo stile pulp, da sempre privilegiato da McDonagh, viene riproposto, accentuato e raffinato rispetto al precedente film: la violenza, in “7 Psicopatici”, si lega saldamente al senso del comico, assumendo toni più tarantiniani, e diventa protagonista assoluta. Nel precedente film, invece, ben lontana da ricoprire un ruolo così fondamentale, la violenza si limitava solo a fare da supporto all’introspezione dei protagonisti ed a far scaturire un senso del tragico che sicuramente manca in “7 Psicopatici”. “In Bruges” risulta legato, sin dal titolo stesso, ad uno spazio fisico -quello della città di Bruges, appunto- in cui si svolge la vicenda. In “7 Psicopatici”, al contrario, non sono più le ambientazioni che contano: tutta l’attenzione si è spostata sui personaggi, sul racconto di storie nella storia, e sull’ “auto-scrittura” della vicenda.
A rendere così impegnativo –forse quasi faticoso- questo film sono diverse caratteristiche: innanzitutto la sceneggiatura. Così come Martin non ha una storia ben definita, anche “7 Psicopatici” non ha una sceneggiatura precisa: la vicenda si auto-crea e si auto-scrive parallelamente al copione di Martin, in una sorta di esperimento meta-cinematografico che tiene sospesi protagonisti e spettatore fino alla fine. Non è, infatti la sequenza temporale né sono i singoli eventi a tenere viva l’attenzione. “7 psicopatici” si basa, piuttosto, su un’attenta analisi di tutti i protagonisti e solo alla fine si scoprirà che i 7 psicopatici del titolo sono proprio loro; l’ispirazione tanto agognata da Martin arriverà e non sarà frutto della sua fantasia ma gli basterà guardarsi bene intorno per scoprire che, in realtà, in ognuno c’è una vena, più o meno spiccata, di psicosi.
Si tratta, sicuramente, di un lavoro interessante. Guardandolo non si può far a meno di ridere: per l’assurdità, per la maestria interpretativa di un cast meravigliosamente scelto, per i colpi di scena. In qualità di film indipendente è il contenuto ad essere curato, piuttosto che il business. L’intento è quello di privilegiare i colpi di scena e di giocare con i generi per puntare alla qualità piuttosto che al guadagno; forse, però, in questo caso McDonagh vuole strafare: quasi ossessionato dal pensiero di lasciare lo spettatore senza fiato, crea un film in cui lo stupore c’è, ma scaturisce dall’assurdità quasi noiosa di alcuni tratti della vicenda, che, talvolta, è priva di un autentico significato.

Voto: 6,5

Chiara Di Ilio