La Migliore Offerta

02/01/2013

di Giuseppe Tornatore
con: Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland

Tornatore varia nuovamente genere e stile per realizzare un film intrigante dal fascino sottile, recuperando dal cassetto un antico soggetto e allontanandosi dalla Sicilia dei suoi ultimi lavori verso una Mitteleuropa dai contorni indistinti e non meglio identificata, riaccostandosi alle atmosfere di Una pura formalità. Quello che ci regala all’inizio del nuovo anno è una storia d’amore (o meglio del lento aprirsi all’amore di un uomo rinchiuso solo nel suo universo di opere d’arte) che ha le cadenze del thriller perché procede attraverso le pieghe del mistero.
Virgil Oldman (uno straordinario, perfetto Geoffrey Rush, forza trainante del film) è un battitore d’aste colto, solitario, raffinato; indossa guanti per evitare il contatto con gli oggetti, non ha mai amato una donna che non sia uno dei volti perfetti ritratti nei suoi quadri, rifiuta di usare il cellulare, vive un’esistenza tutta sua come il Novecento di Il Pianista sull’Oceano viveva a bordo di una nave senza mai scendere a terra. Ma chi fa toccare terra a Virgil è una voce al telefono, una donna che gli chiede di valutare gli oggetti della sua villa impolverata dagli anni e che non gli si vuole mostrare….
E da qui in poi ci risulta arduo parlare del film perché sarebbe criminale svelarne la trama. Una storia semplice che è al contempo la paziente costruzione di meccanismi segreti, avvincente nel suo procedere. Così come l’automa meccanico del Vaucanson viene ricostruito pezzo per pezzo, ingranaggio dopo ingranaggio, e riprende la sua forma, così prende forma un nuovo Virgil sconosciuto a se stesso, da un congiungersi di fobie, e prende forma un intreccio che nasconde nelle sue svolte misteri e sorprese, in bilico tra realtà e finzione. Esperto valutatore di opere d’arte e nel riconoscere “la migliore offerta” di ogni oggetto battuto all’asta dovrà riconoscere la miglior offerta imposta dal sentimento, il prezzo da pagare per averlo conosciuto.
Unica pecca, il doppiaggio italiano della giovane attrice olandese Sylvia Hoeks: in un film in cui la voce ha un ruolo così importante e misterioso sarebbe stata auspicabile più cura anche nell’edizione italiana.

Voto: 7,5

Gabriella Aguzzi

Dopo "Baarìa", torna Giuseppe Tornatore, con un film, nonostante il cast internazionale, tutto italiano (sceneggiatura, regia, montaggio, scenografia, fotografia e musiche), con un film con un protagonista come Geoffrey Rush, che dopo "Il discorso del re", non riesce più a deluderci, con il Jim Sturgess di "One Day",  e con l'intramontabile Donald Sutherland, ma soprattutto con Sylvia Hoeks, quasi sconosciuta, eccezion fatta forse per la sua terra d'origine, l'Olanda. 
Virgil Oldman è un richiestissimo battitore d’aste che si ritrova a girare il mondo attraverso lussuosi salotti gremiti di collezionisti. Una mattina al suo ufficio arriva una telefonata di una giovane ragazza, Claire,  che chiede di lui. Parla di una valutazione importante da fare presso un’antica villa di proprietà dei suoi genitori scomparsi da poco. Da qui comincia il thriller, da qui comincia una serie di momenti di crescendo, di episodi incomprensibili, di coincidenze, che però non vogliono portare solo alla fine, lasciando lo spettatore soddisfatto di aver svelato il mistero, tanto che il mistero non viene effettivamente svelato, viene solo lasciato intendere, è affidato alla propria interpretazione della vicenda, alla propria sensibilità. Mr. Oldman e Claire hanno in comune la paura della relazione con gli altri, ma mentre di Claire, che parla attraverso una porta, che non si mostra a nessuno, viene evidenziato solo questo aspetto di quella che sembra agorafobia, di Oldman traspaiono varie sfaccettature, vari piccoli ingranaggi, come quelli che lo stesso esperto d'arte troverà nella villa, piena di opere da valutare, come quelli che costituiranno, grazie all'aiuto dell'amico fidato Robert, un automa, di Vaucanson, che troppo ci ricorda l'automa di "Hugo Cabret". Ma questo amico fidato non lo aiuterà solo nel suo lavoro, ma anche nella sua vita privata: un uomo che sa solamente stare da solo, che sa solamente contemplare lo sguardo immobile di donne compiacenti fissate su tele di 500, o magari solo 100 anni fa,  come può conquistare una donna vera, in carne e ossa? Oldman ci riuscirà, portando per qualche minuto prima della mezz'ora finale e decisiva, il film a un apice di amore che rende qualche scena un po' sdolcinata. Ma è per poco, perchè poi si riprende il tempo della narrazione veloce, a intreccio temporale, a flashbacks, in cui però Tornatore non esita ad inserire momenti di riflessione filosofica. La verità si nasconde dietro il falso. "I sentimenti umani, come le opere, si possono simulare", dichiara il compagno di "avventure" di Oldman, il rancoroso Billy (Donald Sutherland), persino l'amore. La dicotomia tra verità e finzione, tra autentico e falso, persiste in ogni momento del film, realizzata da ogni ombra e da ogni luce, realizzata da ogni gesto e non gesto di tutti i personaggi, nessuno escluso. Tutti sono qualcun altro. Tutti sono falsi, ma non riescono a fare a meno di mettere qualcosa di loro, qualcosa di autentico, come ogni falsario non può fare a meno di inserire, nella copia che sta creando, un proprio marchio. "In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico". Si ricostruisce l'automa e si ricostruisce così l'intreccio, che viene accompagnato dalla fotografia di luoghi splendidi, Bolzano, Trieste, Roma, Milano, Parma, Merano, Vienna e Praga; dalla presenza  di opere d'arte che davvero fanno comprendere l'ossessione del protagonista; da una musica spettacolare come quella di Ennio Morricone, che sempre lo è.
La domanda che rimane sospesa, nel finale che giunge crudo, anche se in qualche modo non del tutto chiaro,è: la verità è davvero la migliore offerta?

Voto: 8

Lavinia Torti