La Grande Bellezza

21/05/2013

di Paolo Sorrentino
con: Toni Servillo, Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Pamela Villoresi, Franco Graziosi, Serena Grandi

 

“Perché non ha più scritto?” “Cercavo la grande bellezza. E non l’ho trovata”.

Peccato che questa battuta possa essere in parte applicata allo stesso Sorrentino che dopo una folgorante opera seconda (“Le Conseguenze dell’Amore”) non è più riuscito ad azzeccare il capolavoro. Ed anche un film visivamente straordinario come “La Grande Bellezza” avverte il peso della faticosa “recherche” di qualcosa di grande ad ogni costo, e che non sia già stato detto, l’affanno di correre dietro un’invenzione.
Intendiamoci, Paolo Sorrentino è un gran creatore di immagini e su questa linea non si è mai smentito. Dalle geometrie urbane di “L’amico di famiglia”  al viaggio americano di “This must be the place”, visionario come pochi, crea suggestioni che lo elevano al di sopra del microcosmo cinematografico italiano. E così approda all’apologia di questa Roma capitale del mondo, vacua nella sua festa incessante, frivola, inutile, sfolgorante, dannata, incantatrice, crepuscolare, circense, abbagliante, grottescamente mostruosa. Un inno che è al contempo un canto funebre e che ha incantato il Festival di Cannes.
Ma lo stile lo sovrasta, soffocando l’ispirazione. E questo, in un film che parla di crisi di ispirazione, lascia perplessi. In tanto compiaciuto artificio l’opera finisce col difettare di spontaneità. Sorrentino regala visioni toccanti come il volo di fenicotteri verso l’orizzonte romano, ma narrativamente gira a vuoto su se stesso nel raccontare, in maniera volutamente abbozzata, un’altra storia di solitudine senza approdare ad una trovata che la regga.
Diversamente da Titta Di Girolamo, Jep Gambardella è solo in mezzo alla folla. Anche lui ha il volto dello straordinario Toni Servillo, malinconico al centro della festa rutilante che abbraccia la città e la sua esistenza. “In tutti questi anni sono uscito troppo spesso la sera” dice, quale Proust al contrario, lo scrittore che non ha più ritrovato la propria arte e l’ha sostituita con la mondanità.
Il grande circo che lo circonda è un’estensione immutata della Dolce Vita che, con altri freaks, ripete dopo cinquant’anni lo stesso spettacolo fasullo e affonda nella stessa vacuità. Sorrentino la ricalca quasi (le feste, le donne amate per una notte, il volto angelico finale, perfino la figura di una “santa” come là c’era il “miracolo”), ma senza quell’amarezza profonda che il capolavoro felliniano lasciava in bocca e nel cuore. Ma Fellini è ovunque. La crisi creativa di Otto e Mezzo, la foggia dei cappelli, l’incontro con il Cardinale, c’è anche un’editrice nana che a Fellini sarebbe piaciuta moltissimo. E soprattutto questa Roma barocca a cui aveva dedicato un intero film.
A interpretare le figure del gigantesco carnevale, apparizioni fugaci o di più lunga permanenza, un cast di decine di nomi (Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi, Franco Graziosi, Giorgio Pasotti, Serena Grandi, Ivan Franek, Lillo Petrolo, Isabella Ferrari...). Sorrentino li incrocia e li abbandona come fantasmi passeggeri.
Alla maniera di Wenders o di Malick compone un ritratto eterogeneo per trasmettere una sensazione ma il risultato si traduce in un affastellarsi di immagini. Ruota attorno al mistero della grande magia, come la giraffa davanti alle rovine che il prestigiatore fa scomparire (ennesimo omaggio felliniano), ma per illusione. E questo è il tocco che al film manca, pur cercandolo e sfiorandolo: la magia.

Voto: 6,5

Gabriella Aguzzi