The Wolf of Wall Street

21/01/2014

di Martin Scorsese
con: Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Jon Favreau, Jean Dujardin

Uno straripante Leonardo Di Caprio, in corsa per l’Oscar, si tuffa in tutti gli eccessi del suo personaggio per il nuovo film di Scorsese che rafforza il sodalizio tra i due artisti (ormai a quota 5 film insieme) e, basato sull’autobiografia del broker Jordan Belfort, tratteggia con cinica ironia uno spietato ritratto dell’avidità americana.
La rapida scalata al successo di un protagonista brillante e sfrontato, ma senza drammaticità a conferirgli i contorni d’eroe, avviene nel vortice di un’orgia sfrenata, sull’onda di cocaina e sedativi, e il film ne rispecchia il vuoto, al ritmo vorticoso, accelerato e paranoico di un’overdose. Con lo stesso tono scanzonato, senza empatia alcuna, ne racconta il precipizio, perché in fondo Belfort non è che un gigantesco pagliaccio seduto in cima a un opulento baraccone di puttane e il crollo dall’impero che ha costruito è solo la fine di un carnevale. Come spesso il mondo cinematografico di Scorsese è popolato da giganti meschini beati del vuoto in cui galleggiano.
La parabola narrativa e gli ormai noti giochi registici fanno immediatamente pensare a “Quei bravi ragazzi”, dove i gangster della Little Italy sono sostituiti da altri lupi selvaggi e spietati, assetati di immediata e debordante ricchezza: i broker. Molte sono infatti le analogie: la distaccata narrazione in prima persona, la veloce ascesa in un mondo scintillante e paranoico fatto di sprechi, droghe e denaro facile, le tensioni delle giornate che precedono l’arresto, quando le cose cominciano ad andare storte, e la regia concitata, caleidoscopica, sempre di polso e ricca di inventive, al ritmo con un’incalzante colonna sonora.
Ma non possiamo mettere le due opere allo stesso livello. Prima di tutto perché qui Scorsese sceglie una chiave che gli è meno congeniale, quella della commedia, col risultato che il film diverte, affascina, ma nulla più, non riesce, o non vuole, toccare più in profondità e in fondo le vicissitudini di questo “wolf of wall street” e tutto il suo mondo tanto opulento quanto vacuo ci lasciano indifferenti, come se la superficialità dell’universo descritto si trasmettesse senza altre emozioni.
Di conseguenza ne risente anche proprio quel ritmo per cui Scorsese è celebre. Nonostante le impennate e le accelerazioni, le invenzioni registiche, la vertigine del montaggio e la performance mai stanca di Di Caprio il film fa sentire in pieno i suoi 180 minuti, anzi ne fa avvertire di più, trascinandosi in ripetizioni e varianti sui continui eccessi di Belfort e della sua “banda”.

Voto: 7

Gabriella Aguzzi