Transcendence

21/04/2014

di Wally Pfister
con: Johnny Depp, Paul Bettany, Rebecca Hall, Cillian Murphy, Morgan Freeman

L’attesissimo film d’esordio del direttore della fotografia di Christopher Nolan Wally Pfister è arrivato anche sugli schermi italiani portando con sé un Johnny Depp finalmente tornato a quelle interpretazioni intense che ce lo avevano fatto amare prima di degradarsi a macchietta e tutti gli interrogativi che il regista voleva porci sul rapporto tecnologia-umanità. Che Pfister sia passato alla regia con il bagaglio che l’esperienza con Nolan gli ha lasciato è evidente, non solo per la scelta del resto del cast (Morgan Freeman, Cillian Murphy, Rebecca Hall) ma per la scelta di una trama complessa e intrigante, con una lettura a più livelli e un’esplorazione nella fantascienza non scontata con squarci visionari (anche se la sceneggiatura non è altrettanto limpida).
L’ormai consolidato tema della contaminazione uomo-macchina e dell’ossessione di creare un’Intelligenza Artificiale che sia in grado di provare emozioni umane prende una nuova piega nella storia del Dr. Will Caster che, davanti alla certezza della morte causatagli dall’attentato di un gruppo estremista anti tecnologia, diventa artefice della sua stessa trascendenza. Da qui in poi il film esplora i confini e le conseguenze di tale scelta poiché il computer umano in cui si è trasferito per creare un mondo migliore, una volta collegatosi al sapere universale, diventa potente oltre ogni misura. E torniamo così all’assunto che, nel tentativo di sostituirsi a Dio, l’uomo crea un mostro.
Transcendence ha le pieghe di un action thriller ma è anche, e soprattutto, una storia d’amore.  La folle decisione di caricare il cervello di Will Caster nel computer è dettata dal tentativo disperato della moglie di salvarne al contempo il lavoro e la vita. Peccato che la forza poetica che poteva essere il fulcro del film, raccontando di come l’amore possa andare oltre la morte e un rapporto continuare oltre una forma fisica, non emerga appieno. La moglie di Caster vive rifugiata in uno scantinato con la compagnia del marito nello schermo di un computer, potendo ormai vivere con lui solo in modo virtuale, non contempla le conseguenze del suo gesto, la minaccia che ha generato, pensa davvero e ostinatamente che la macchina sia il cuore e l’anima di lui. Ma tutto ciò non scuote e non emoziona come avrebbe potuto. Forse perché al film interessava altro, forse perché le tematiche e gli interrogativi erano troppi, affastellati fino a gonfiare il film e a stupire, andando al di là di ogni plausibilità e di ogni logica. O forse invece l’insistente freddezza che il regista mostra è lo specchio di un mondo che trasferisce le emozioni al computer ma in cui le emozioni sono spente.

Voto: 6,5

Gabriella Aguzzi