Devil's Knot

08/05/2014

di Atom Egoyan
con: Colin Firth, Reese Witherspoon, Dane DeHaan, Bruce Greenwood

Fu un clamoroso errore giudiziario, basato su sciatteria investigativa, pregiudizio, e sdegnato desiderio di trovare subito un colpevole e dare una pena esemplare. Il caso, vent'anni fa, di 3 bambini uccisi, si pensò, in un rituale satanista – pericolosa “moda” che si stava diffondendo nella provincia contadina – sconvolse l'America, e la condanna di quelli che apparvero già nel corso del processo come capri espiatori fece ancor più sensazione, generando due documentari; oggi, che il caso è stato riaperto ma non  ancora risolto, se ne sta interessando anche la tv e il cinema di fiction, con storie che richiamano la vicenda o che la portano in scena tale e quale. Ci arriva per primo Atom Egoyan, che deve essere abbastanza ossessionato dal tema dei bambini scomparsi.
C'erano diverse vie da intraprendere per raccontare la vicenda, dal thriller allo psicodramma. Il regista sceglie la via del legal movie, vuoi per puntare il dito sugli errori (quasi volontari) di polizia, giudice e giurati; vuoi per mantenere una certa fredda distanza (una sola scena commovente, quella della scuola, in due ore di film così tragico) e non lasciarsi andare su giudizi altrettanto avventati sul possibile colpevole. Il risultato è un film che avvince intellettivamente, ma non coinvolge più di tanto e, nonostante la presenza di attori famosi e di livello, non si scosta troppo dal documentario: le indagini sono condotte bene e con ritmo, ma le psicologie non vengono approfondite, mancano i tocchi di genio visivo, limitandosi a una messinscena piuttosto da noir convenzionale, con qualche superficiale salto temporale durante gli interrogatori. Anche i catalizzatori della vicenda – la madre di uno dei bambini e l'investigatore “liberal” - sono scelti in base a un criterio di equilibrio, l'uno per avvicinarci al lato umano della storia, l'altro per darci la prospettiva logica: non si sente l'ossessione per la verità che caratterizza il detective, indomito per anni nella sua ricerca e qui racchiuso nel breve tempo del processo. Il finale, così aperto ed essenziale, lascia lo spettatore con mille dubbi su assassini e moventi, invoglia a proseguire le ricerche non solo su ciò che è avvenuto prima ma anche dopo il processo (per gli americani è cronaca nota, ma per il pubblico europeo è tutto da scoprire) e forse è uno degli aspetti migliori di un film che ha anche il pregio di essere pudico e di rispettare le vittime evitandoci dettagli truculenti. Resta però anche una sensazione di eccessiva attenzione alla correttezza, di un film più doveroso che necessario, di un compito ben eseguito che di un film d'autore

Voto: 6,5

Elena Aguzzi