Grace di Monaco

17/05/2014

di Olivier Dahan
con: Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega, Parker Posey, Derek Jacobi

Ha inaugurato il Festival di Cannes tra molte polemiche e anche alcuni fischi. Senza essere brutali come sono a volte (troppe) i critici francesi nelle occasioni ufficiali, non ci associamo né all’entusiasmo né alla freddezza verso un film che vuole restituire la figura di Grace di Monaco cogliendone quella magica mistura di aureola algida e di passione, ma passione non riesce a trasmettere.
Due doverose premesse. Il film non è un biopic sulla vita di Grace Kelly, ma mette a fuoco un periodo della sua vita, quello in cui, dopo sei anni da Principessa, si rende conto che essere Principessa non è vivere in una favola. Hitchcock la rivuole sul set per Marnie, il richiamo del Cinema è più forte che mai, ma coincide con la crisi del Principato di Monaco che mette in crisi anche il suo matrimonio. Grace si trova nella difficoltà di scegliere tra la tentazione di tornare sugli schermi o recitare il ruolo più arduo e importante della sua vita: essere la Principessa. Ruolo che interpreterà alla perfezione per il resto della sua vita. Detto questo, il film è dichiaratamente un romanzato. Pur focalizzando vita privata e vita politica, sono molte le libertà che si prende allo scopo di raccontare una storia d’amore, una favola appunto. Ed è proprio qui che il film di Oliver Dahan scricchiola.
Troppa è la carne che mette sul fuoco e troppo incerta è la via da prendere. Troppe sono le libertà che si concede sulla Storia, tanto da farle apparire errori (un esempio per tutti: che ci fa costantemente Onassis sulla scena politica? A che titolo è presente ad ogni riunione cruciale?). Ad un tratto prende in piena marcia il clima della spy story, concentrandosi sugli intrighi di palazzo, poi si trasforma in love story e il panegirico sull’amore è tale che ci manca solo che entrino in campo i violini.
Alla fine dei conti il film si riduce ad una esaltazione della Kidman, l’unica attrice in grado, grazie anche alla verosimiglianza fisica, di sostenere il ruolo di Grace Kelly, pur non potendo (nessuna potrebbe) eguagliarne la bellezza e la classe. Come ulteriore prova, sostiene lunghissimi primi piani ravvicinati negli stati d’animo più critici della protagonista. E resta lei l’unica ragione che dà vita ad un film altrimenti indeciso tra i molti stili, in bilico sul melodramma, incline a battute di umorismo involontario e a scivoloni retorici.

Voto: 6

Gabriella Aguzzi