Funny Games

14/07/2008

di Michael Haneke
con: Micahel Pitt, Naomi Watts, Tim Roth

Remake dell’ omonimo film statunitense del 1997, diretto anche allora da Michael Haneke, Funny Games porta nelle sale la dose quotidiana di sadismo e sterile critica a buon mercato dei sistemi mediatici. A parte questa doverosa premessa, fatta salva la bravura di Naomi Watts, menzioniamo la prova anonima (ma non è colpa sua) di Tim Roth e la detestabile espressione di Michael Pitt, tanto dotato di antipatia dalla natura da non dover far la fatica di recitare. Storia conosciuta: la solita famiglia borghese che si ritira in una casa sul lago per una breve vacanza e che viene presa in ostaggio da due giovani psicotici (Michael Pitt, appunto, e Devon Gearhart), fermamente intenzionati a torturare ogni inquilino dell’ isolata dimora prima di consegnare tutti ad una morte violenta. I due gettano uno sguardo ai cattivi di “Arancia Meccanica” ma, impresa incredibile, riescono a rendere noiosa la crudeltà. Tempi geologici nella prima parte, durante la quale il bambino è costretto ad assistere all’ azzoppamento del padre, mediante una mazza da golf, e poi ad ascoltare (perché viene incappucciato) l’umiliazione inflitta alla madre, che si vede obbligata a spogliarsi per dimostrare l’ottima condizione fisica nonostante i trentacinque o trentasette anni. Si procede a rallentatore, sorretti da una sceneggiatura debolissima e  da trovate che dovrebbero far sorridere cinicamente la sala, ma che strappano invece mugolii di compatimento, come quella in cui Tim Roth, usciti per chissà quale ragione i criminali, cerca di asciugare l’unico cellulare a disposizione e intinto nell’acqua del lavandino con un phon. A parte l’improbabilità dell’intervento tecnico sull’utensile, fatichiamo a trovarci qualcosa di spassoso, così come poco divertenti sono i dialoghi dei due malati: si ricorre alle formule classiche tipo “Fai attenzione a non sporcare il tappeto.” o “Adesso facciamo un bel gioco, ragazzino.” Cose note, stranote, ormai da telefilm per le ore insonni. Patetici i tentativi del regista di accattivarsi il pubblico: Pitt guarda spesso in macchina come una specie di Riccardo III moderno e monologa divertito. L’apogeo del dolore arriva nel secondo tempo, e ci lascia subito le penne il bambino, fatto fuori da una fucilata. I maniaci discutono prevedibilmente sull’inesattezza dell’esecuzione, dato che, dalla loro macabra conta, doveva essere ucciso prima il padre. Ancora sguardi in macchina e strizzatine d’occhi, come se quello a cui stiamo assistendo fosse geniale o stravolgente. Da piangere quando, presa di straforo la doppietta, la madre fredda uno dei due. Si passa ora alla critica dei media, ed è tutta qui, in un non-sense davvero commiserevole: Pitt cerca il telecomando del televisore, torna indietro nel tempo fino al punto in cui la donna si impossessa del fucile e cambia la trama, anticipandola. Se c’è un momento in cui disperarsi, è questo. Il marito finisce così ucciso a bruciapelo, e la moglie, prima percossa e poi condotta su una barchetta a vela, viene semplicemente fatta cadere nel lago legata e imbavagliata, mentre i delinquenti discutono di pietose teorie filosofiche sulla realtà o l’irrealtà di ciò che vediamo. Comunque, sono liberi di andarsene, dopo la strage, ad attaccare il prossimo villino sperduto. Gli stratagemmi escogitati da Haneke per sdrammatizzare la ferocia delle immagini sono, a dir nulla, imbarazzanti, e l’intero film risulta, nella migliore delle ipotesi, fastidioso e gratuito. C’è davvero pochissimo da salvare in una struttura narrativa di desolante povertà e in un gioco al massacro che ci si augura di vedere sempre meno, nelle pellicole future. Non è difficile essere crudeli, lo è, semmai, dare un senso alla crudeltà. Ma in questo inutile rifacimento manca proprio tutto, e le lunghe pause di silenzio fra i protagonisti testimoniano solo che l’ assenza di idee dovrebbe essere assecondata con rassegnazione, non trasformata in un pessimo film.

In Rubriche: Quando il regista fa il remake di se stesso

Voto: 2

Carlo Baroni