Valérie, diario di una ninfomane

04/05/2009

di Christian Molina
con: Belen Fabra, Geraldine Chaplin

Qualcuno di voi ha mai conosciuto una ninfomane? Io mai....E i maliziosi potrebbero anche aggiungere un "purtroppo". Eppure la ninfomania esiste, anche se la nostra cultura assegna una pessima reputazione a soggetti del genere, per una donna il sesso è come una droga senza l'amore, qualcosa di impuro, che deve colmare un vuoto esistenziale, una sofferenza, un conflitto. La "porca" nel suo essere "porca" sembrerebbe ancora là da venire, si può essere soltanto una ninfomane en passant, un’ ingorda per errore. Eppure una scrittrice francese Valérie Tasso, nella sua biografia (reale) Diario di una ninfomane, racconta il suo convinto libertinaggio alla ricerca di nuove frontiere dei sensi, frontiere da abbattere, confini da valicare, all'insegna di una sessualità sfrenata, incurante delle convenzioni sociali; Valérie pratica la prostituzione per scelta,un concetto ancora oggi duro da accettare, è più comodo e conciliante sempre pensare allo sfruttamento o autoconvincersi che in fondo le donne "lo fanno per soldi" costrette da una situazione difficile, ecc.ecc.
Ora, questo libro, tradotto in ben 15 lingue, è diventato un film, dal 30 aprile nelle sale italiane, Valérie-Diario di una ninfomane, appunto, una produzione franco-spagnola, una regia di Christian Molina e la presenza di due "tigri" del cinema come Geraldine Chaplin (la nonna di Valérie) e Angela Molina (la tenutaria di una casa di appuntamenti in Spagna).
Lei, Valérie (Val), è Belén Fabra, sensuale, con quel giusto connubio tra classe, eleganza e spregiudicatezza, malizia e candore. Val, che perde la verginità a quindici anni, ha un rapporto molto confidenziale con la nonna che le insegna che la ninfomania è una cosa inventata dagli uomini perché le donne si sentano colpevoli se non sono come le altre; il film si snoda lungo questo dibattito culturale e l'esistenza di Valérie è una continua e faticosa ricerca di identità tra slanci erotici e sensi di colpa; lo scopo inconscio della ragazza è quello di avere più rapporti carnali possibili (anche per la strada, con sconosciuti) fino a quando pare che l'amore la distolga da questa sua abitudine: conosce un uomo romantico e facoltoso, un datore di lavoro che s'invaghisce di lei, ma si rivela ben presto un cocainomane violento e geloso, disposto a intrappolarla con ricatti affettivi. Val tronca la relazione e, spinta anche dal bisogno di danaro, si dà alla prostituzione, per arrivare poi a comprendere qual è il vero senso della vita per lei: il sesso e il linguaggio del corpo.
Finalmente ecco un film che finisce con un sorriso, un film con un andamento circolare, che pone l'amore nel mezzo e pone il sesso sia come punto di partenza che come punto di arrivo finale. Valérie si convince della sua vocazione: essere una ninfomane affamata...questo è il suo destino, è questo che deve fare. L'ultima scena si conclude con l'adescamento di uno sparuto ragazzino, tutto gongolante e incredulo. E Val ripete tra sé e sé: Non sono una ninfomane, sono una ninfa.
La forza di questo film è la ricerca ideologica, il messaggio finale, che lo allontana dai cliché di cui parlavamo prima, i cliché della ragazza che passa attraverso lo "sbandamento" per poi riapprodare alla "retta via" (del matrimonio o dell'amore), un modello presente anche nel così "scandaloso" Melissa P, ma in molti film erotici (dopo il divertimento si ritorna a essere seri, con la testa sulle spalle).
In Valérie-Diario di una ninfomane l'amore è, invece, un incidente di percorso, non è salvifico, redentore (e meno male!), i valori sono sicuramente rovesciati rispetto a una morale cristiana.
Ma a parte questa ideuzza femminista, il film difetta nella sua costruzione e nel rivelarsi fin troppo patinato nelle scene erotiche, meccanico, scopofilico, attento a suscitare facili voyeurismi di sorta. D'accordo con Alberto Bevilacqua, penso che l'eros si assapori, non si possa mostrare; l'eros ha un sapore mentale, non è un elenco fotografico da kamasutra. Il vero erotismo l'abbiamo quando un amante di Valérie le propone il "gioco della bottiglia" (che non è quello che pensate voi....); la prima parte si sviluppa nella noia, con l'episodio del "principe azzurro" che interviene come elemento di disturbo (forse voluto) al tema principale della trama, una divagazione troppo lunga e non richiesta, molto american-style. Più cruda, ma interessante, la seconda parte sul mondo della prostituzione, abbastanza aderente alla realtà, il mondo dei bordelli legali europei, con le loro storie umane, tristi e allegre.
E poi il finale....un finale da suicidio per preti ed educatori, un finale sublime per i libertini e le femministe.

Voto: 6

Carlo Lock

Mai come in questo caso i giudizi del pubblico maschile e di quello femminile sono destinati a essere discordanti. Il primo bollerà Valérie Diario di una ninfomane come «erotismo patinato con una bella ragazza troppo spesso nuda» e magari accennerà qualche sorrisetto malizioso. Il pubblico femminile invece non può che condividere alcune considerazioni. Un uomo che vuole conquistare tante donne viene chiamato seduttore, playboy, la donna nel migliore dei casi viene chiamata ninfomane, ma anche peggio. Un’altra considerazione emerge chiara nel film: la ninfomania è un termine inventato dagli uomini per far sentire in colpa le donne che hanno un po’ «troppe pretese». Qualcosa di simile dice la nonna della protagonista, una Geraldine Chaplin con tanta saggezza quante sono le rughe. Ed è ancora lei a dire a Valérie «approfitta della vita».
Al pubblico femminile sta il compito di non giudicare la protagonista, ma analizzare i comportamenti e cercare di capirli, e insieme capire che un giudizio in questo caso è sbagliato, anche se è tutt’altro che sbagliato – e non  significa tradire le conquiste del femminismo – dissentire con le scelte della protagonista, che, decisamente estreme, sono comunque raccontate con efficacia. E tutto questo pur non dimenticando alcune banalità che si riscontrano nel film, come il simbolismo della mela e un po’ troppo nudo, non così necessario raccontando una storia che coinvolge prima di tutto la testa.

Voto: 5,5

Valeria Prina